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[L’analisi] Macron e Merkel da Trump decideranno il futuro anche dell’Italia. E cercheranno di evitare la guerra 

Adesso si apre il secondo capitolo, quello dello scontro geopolitico tra Iran, Israele a Arabia Saudita. Emerge in primo piano il vero bersaglio della guerra per procura siriana: la repubblica islamica degli ayatollah che dall’Iraq al Libiano, passando per Damasco, ha ampliato  la sfera di influenza della Mezzaluna sciita 

[L’analisi] Macron e Merkel da Trump decideranno il futuro anche dell’Italia. E cercheranno di evitare la guerra 

Avvitati nella formazione del nuovo governo, gli italiani forse non si accorgeranno neppure che una parte dei loro destini politici ed economici questa settimana vengono decisi altrove, cioè negli Stati Uniti dove è in visita da Trump il presidente francese Emmanuel Macron che sarà raggiunto il 27 dalla cancelliera Angela Merkel. Sul tavolo dei negoziati l’accordo sul nucleare con l’Iran, che gli Usa vorrebbero abolire, ma anche la questione dei dazi doganali e una lotta al terrorismo che sta assumendo in Medio Oriente ben altri contorni, quella della spartizione della regione in zone di influenza.

Perché il dossier iraniano è decisivo e interessa direttamente anche l’Italia? 

Qui si gioca la vera partita sugli equilibri mediorientali. In Siria, dopo gli inutili raid americani francesi e britannici, si sta chiudendo il primo capitolo della guerra, vinta dalla Russia e da Teheran che sono riusciti a tenere in piedi il regime di Bashar al Assad. Adesso si apre il secondo capitolo, quello dello scontro geopolitico tra Iran, Israele a Arabia Saudita. Emerge in primo piano il vero bersaglio della guerra per procura siriana: la repubblica islamica degli ayatollah che dall’Iraq al Libiano, passando per Damasco, ha ampliato  la sfera di influenza della Mezzaluna sciita.

Israele, oltre a Riad, è in primo piano in questa battaglia. Lo si è capito molto bene con i raid israeliani sulle postazioni iraniane in Siria e con la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme _ attraverso lo spostamento da Tel Aviv dell’ambasciata Usa _ come capitale dello stato ebraico, contro ogni accordo internazionale Onu. Nell’ambito del disimpegno americano del Medio Oriente, Israele riveste il ruolo dei principale alleato di Washington e di “poliziotto” della regione. 

Ma gli americani debbono anche soddisfare le richieste dei sauditi, già in difficoltà nella guerra dello Yemen contro i ribelli sciiti zayditi Houthi alleati dell’Iran. I sauditi vogliono cancellare l’accordo con Teheran o altrimenti avere il via libera per iniziare anche loro la corsa a procurarsi una bomba atomica, aprendo quindi la strada a una pericolosa escalation nucleare nella regione. Cosa che gli americani non vogliono perché l’atomica nella regione la devono avere solo gli israeliani (circa 200 testate).

Queste sono le ragioni ma anche i pericoli nel caso di un eventuale ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare con Teheran voluto dall’amministrazione Obama nel 2015. Questa intesa è anche uno dei motivi del siluramento da segretario di Stato di Rex Tillerson, sostituito dal capo della Cia Pompeo e della nomina a consigliere della sicurezza nazionale _ prima occupata dal generale McMaster _ di Bolton, che nel 2015 dichiarò “che l’unico accordo che si può fare con l’Iran è bombardarlo”. E’ questo il genere di persone che oggi guida la superpotenza mondiale e anche i nostri destini. 

Francia e Germania vorrebbero mantenere l’accordo che fu stipulato nell’ambito di un trattato internazionale, anche se gli Usa non lo hanno mai realmente osservato nel concreto. Il 13 ottobre scorso Trump si era rifiutato di certificare che l’accordo era conforme agli interessi Usa, secondo le richieste di legge, compresa la proroga della sospensione delle sanzioni di Washington contro Teheran. Non solo. Il presidente americano ha imposto la data del 12 maggio prossimo come scadenza ultima ai suoi alleati europei per rivedere il trattato.  

Quali sono le ripercussioni dell’atteggiamento americano? Gli Stati Uniti mantengono in vigore le sanzioni secondarie, in pratica le società europee che fanno affari con l’Iran hanno difficoltà ad accedere ai crediti del sistema bancario perché gli istituti europei maggiori, che hanno interessi in America, rischiano di essere puniti dal Tesoro americano. L’Italia, per aggirare la questione, ha erogato con Invitalia un credito di 5 miliardi di euro alle aziende italiane per le commesse in Iran (circa 25-30 miliardi in totale) ma il decreto attuativo sarebbe ancora bloccato per le pressioni americane e israeliane. Gli stessi francesi per una commessa Total in Iran hanno dovuto ricorrere ai capitali cinesi e anche la Germania è assai interessata a fare affari con Teheran, oltre che con la Russia. Ma i tedeschi, come noto, hanno un altro peso: nonostante le sanzioni contro Mosca, faranno il gasdotto Nord Stream mentre l’Italia ha dovuto rinunciare al progetto con Mosca del South Stream.

In un’epoca in cui gli Usa vogliono imporre anche nuovi dazi alle importazioni europee e asiatiche, Washington si arroga il diritto di impedire all’Unione di lavorare con gli iraniani che sono comunque tra i maggiori fornitori mondiale di petrolio e gas e rappresentano un mercato di sbocco importante per le esportazioni. E’ evidente che Trump, un sorta di re Travicello che galleggia a stento, è sotto pressione di Israele e dei sauditi, i maggiori acquirenti di armi degli Stati Uniti e che la questione siriana sta pesando in maniera decisiva. Ecco perché la guerra in Medio Oriente forse non finirà tanto presto.   

 

Alberto Negridi Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra   

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