L'ossessione del marito di Elena Ceste. Le lettere dal carcere per controllare la figlia sui social

Michele Buoninconti

"Ho saputo che hai Facebook, spero che non sia vero. Perché chi c'è a controllarti?”, scrive in una lettera Michele Buoninconti, marito di Elena Ceste e unico imputato per la sua morte, già condannato a 30 anni in primo grado. Parla alla figlia maggiore: “Ma io, a te, ti voglio controllare! Primo, per non commettere lo stesso errore con mamma e secondo, perché sei troppo giovane e ingenua, ti farai fregare senz'altro". Il monito che le rivolge è solo un breve estratto delle tante lettere che dal carcere Buoninconti scrive ogni giorno ai figli.

Insomma, il controllo continua a essere la sua ossessione. Non perché un padre non abbia il diritto di preoccuparsi di ciò che fanno i figli. Anzi, ne ha il dovere. Ma nell’avvertimento alla ragazza (“Non fare lo stesso errore di mamma!”) trapela molto di più della semplice apprensione. In altre parole, Michele conferma la preoccupazione per la figlia, femmina e preadolescente, motivata dalla stessa avversione per quella libertà che Elena, donna e madre, aveva conquistato proprio grazie al social network nei mesi precedenti la sua morte e che costituirebbe secondo l’accusa, insieme a conseguenti relazioni extra coniugali, il movente dell’omicidio. Una libertà virtuale, inaccessibile alla sorveglianza ferrea dell’ex vigile del fuoco, che lo tormenta soprattutto ora che è costretto in una cella di detenzione e con la patria potestà sospesa. Un’ostilità per quello spazio intangibile che avrebbe dato alla mamma di Costigliole D’Asti il respiro che mancava nell’oppressione della routine quotidiana, che oscillava tra l’accompagnare i ragazzi a scuola e la messa domenicale. Come è noto, erano poche le attività autonome che Elena, trentasette anni, poteva concedersi. Dai racconti di paese e di chi li conosceva e, soprattutto, dalle intercettazioni appare chiaro che il controllo a senso unico fosse dettato da una scarsa considerazione del genere femminile, che nell’ottica di Michele si suddivide in due categorie: la donna santa e la donna blasfema. Un atteggiamento consolidato nei confronti della moglie, quella donna che aveva impiegato “18 anni per raddrizzare”. Perché per Michele contava tanto, forse troppo, l’immagine che Elena dava di sé e la reputazione che ricadeva su di lui.

Resta celebre la sua frase rivolta ai microfoni di Chi l’ha visto? Nei giorni a ridosso della scomparsa, avvenuta il 24 gennaio 2014. Riferendosi al ritrovamento degli abiti di Elena, diceva: “Ho pensato subito, da chi mi deve far vergognare mia moglie? Cosa mi sta combinando? Io ho pensato subito a quella cosa lì, della vergogna. Perché una donna nuda non è bene che giri in strada”. Secondo la tesi dell’accusa, per Michele “non era bene”, e dunque fin troppo grave, che una donna si guardasse intorno, cercando nuove amicizie. Ma lui, che invece è uomo, non ha atteso molto tempo per dedicarsi alla ricerca di una sostituta per il focolare domestico, che badasse alla casa e ai figli senza troppi grilli per la testa.

Un compito semplice semplice, che in un primo momento sembra voler affidare a Teresa, trentatreenne calabrese. La relazione parte quando Teresa gli invia una lettera di sostegno, poi, il fitto scambio di sms e telefonate sempre più confidenziale e intimo, fino ad un viaggio in Calabria, a Diamante paese di lei, dove si reca anche con i figli, per scambiarsi effusioni e baci sulla spiaggia. Tutto finisce quando Teresa scopre che il buon padre premuroso e uomo di grande fede cattolica, in realtà diffonde il suo charme anche ad altre donne. “Un attore da premio Oscar”, lo definisce la ex pretendente sui giornali. Lo ribadisce lo stesso Michele dal carcere, quando riceve la visita di una misteriosa donna. Le immagini dei due, seduti nella sala colloqui con un atteggiamento da amici al bar, sono state trasmesse da diversi programmi televisivi, primo Porta a Porta. Chiacchiere, risate, complicità. “Sai quante ce ne sono di Teresa? - dice lui - Anche l’avvocato me l’ha detto, basta donne!” "Cosa stai combinando con queste donne? Sei andato a fare il porcellone", replica lei. Insomma, a Elena, anche un flirt via chat era negato e considerato deviato al punto tale da far basare la tesi della difesa su una presunta follia bipolare.

Mentre lui, anche da detenuto, s’impegna in corteggiamenti e saluta i fan che lo attendono fuori dalle udienze. In fondo, a Michele non “serve una donna che lavora fuori, ma tornare a casa e trovare qualcuno che mi aspetta”. Il diario con le lettere ai figli è nelle mani dei periti e sarà oggetto della valutazione dei giudici del Tribunale dei Minori di Torino per decidere se revocare in via definitiva la potestà genitoriale o se concedere, nel frattempo, incontri protetti tra padre e figli. A prescindere da qualunque cosa possa scrivere oggi Buoninconti, resta, però, il peso di quelle parole dette ai ragazzi e intercettate dagli inquirenti quel giorno in auto, quando ancora il corpo della povera Elena non era stato rinvenuto al bordo del fiume Tanaro. Nel tentativo di condizionare le testimonianze dei minori, Michele diceva, tra le altre cose: “Loro vogliono sentire solo questo, che tra di voi non andavate d’accordo. Così uno va da una parte, uno d’altra… Vi va bene così, separati?  E a me, perché mamma è… chissà dove, mi mettono ancora da un’altra parte. A casa nostra sai cosa ci fanno venire? Le zoccole, le straniere, a fottere! Perciò cercate di essere bravi tra di voi”. Michele vuole che la sua famiglia resti unita, "seppur con le sue ferite". Ora, la parola spetta al Tribunale. Ma il giudice che dovrà decidere non potrà non valutare che due dei quattro figli sono donne, proprio come Elena?.