Tumore del colon retto, giocare d'anticipo per batterlo sul tempo

Con 50.000 nuovi casi e 20 mila morti ogni anno, il tumore del colon retto è la neoplasia gastrointestinale più frequente in entrambi i sessi, ma il 40% italiani non ha ancora capito l'importanza della prevenzione, arma fondamentale per ridurre il rischio di ammalarsi di qualsiasi tipo di cancro. Eppure, è proprio grazie allo screening preciso, rivolto anche a persone sane e a rischio generico, quindi alla diagnosi precoce, se negli ultimi 15 anni la sopravvivenza per questa neoplasia è aumentata del 10%.

Ma quali sono le strategie per “braccare” precocemente questo tumore, che purtroppo diventa spesso sintomatico solo in una fase avanzata della malattia e rappresenta ancora la terza causa di morte dopo il cancro della mammella nel sesso femminile e quello del polmone nell'uomoEssenzialmente due: la ricerca annuale del sangue occulto nelle feci e l'esame endoscopico totale del colon, cioè la rettosigmoidocolonscopia.

???Sull'importanza della prevenzione e e dello screening è bene insistere: secondo i dati diffusi durante il secondo Convegno sulle neoplasie gastrointestinali organizzato di recente a Firenze, la possibilità di sottoporsi al test del sangue occulto nelle feci viene ancora ignorata da 4 italiani su 10. Gli esperti raccomandano perciò di sottoporsi a questi due esami di screening a 50 anni o prima, se si appartiene ad alcune categorie a rischio.

In caso di test del sangue occulto positivo, è fortemente raccomandata la colonscopia totale, capace di prevenire oltre l’80 per cento delle neoplasie. Il riscontro di un polipo adenomatoso ( tumore ancora benigno, che con il tempo tende però a degenerare) deve essere seguito dalla polipectomia, manovra endoscopica con cui si asporta la lesione, interrompendone l'evoluzione verso la trasformazione in adenocarcinoma, cioè in cancro. La colonscopia è un esame indispensabile in quanto la negatività della ricerca del sangue occulto non esclude la presenza di polipi del colon. 

La colonscopia viene suggerita non solo al compimento dei 50 anni (età che rappesenta di per sè un fattore di rischio), ma anche prima, nei familiari (più giovani) di primo grado di pazienti con tumore del colon o con polipi adenomatosi. L'esame endoscopico del colon è fortemente raccomandato anche per chi soffre di malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn o Rettocolite ulcerosa), poliposi adenomatosa familiare o con sindrome metabolica, patologia che predispone allo sviluppo di polipi del colon.

La colonscopia è poi d'obbligo in presenza di alcuni disturbi, spesso comuni ad altre malattie del tratto gastrointestinale, ma che rappresentano campanelli d'allarme per il tumore del colon retto: il dolore, il senso di evacuazione incompleta (periodi di stitichezza alternati a periodi di diarrea), il sangue evidente nelle feci, l'ostruzione al transito intestinale (occlusione intestinale fino al quadro clinico di addome acuto). In questi casi però è in genere già presente una massa tumorale, che cresce nella parete dell’intestino.

Se la neoplasia ha dato metastasi al fegato, oltre all'intervento di resezione del tratto di colon interessato (colectomia), alla radio e chemioterapia, una ulteriore possibilità di cura sono i farmaci biologici, come gli anticorpi monoclonali, capaci di interagire in modo specifico con bersagli legati al tumore, e che associati alla chemioterapia ne aumentano l'efficacia, riducendo la massa tumorale e  permettendo la rimozione delle metastasi. La chirurgia delle metastasi non  è però sempre realizzabile, soprattutto quando il paziente è molto defedato. Quando è attuabile,  la percentuale di sopravvivenza a 5 anni è del 40 per cento nei casi selezionatissimi di metastasi epatica unica, mentre scende al 3-4% se si considera l'insieme dei pazienti con la malattia disseminata.

Ed è recentissima la scoperta del meccanismo che scatena le metastasi nel tumore del colon: nelle staminali del tumore è presente un "interruttore", che attiva la migrazione delle cellule tumorali attraverso i vasi sanguigni e linfatici in altre parti del corpo. Ad arrivare a questa conclusione è stato uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica Cell Stem Cell, coordinato da alcuni ricercatori dell'Università di Palermo e dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, che potrebbe avere importanti applicazioni per la cura del tumore del colon. Le cellule staminali tumorali del colon-retto esprimerebbero un recettore, denominato CD44v6, che una volta disattivato bloccherebbe la capacità del tumore di dare origine alle metastasi. La scoperta potrebbe essere importante per mettere a punto farmaci in grado di disattivare il recettore  e i primi studi clinici dovrebbero partire entro il 2015, proprio all'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena.?????