Il fascino del vizio secondo Paolo Poli

Ha ottantasei anni, un’età venerabile che suggerirebbe cautela e saggezza, ma Paolo Poli ne potrebbe avere anche cinquanta di meno per l’improntitudine e la schiettezza brutale con cui parla di sé, dei colleghi, dell’Italia. Colpevolmente (colpa dei dirigenti e autori), tranne rare ospitate in orari marginali dei palinsesti, l’attore manca dalla Rai da circa un quarantennio. Per tardiva e non meno lodevole iniziativa del direttore di Rai3 Andrea Vianello,

Poli è tornato in onda il sabato in prima serata in tandem con il più giovane collega Pino Strabioli, uno che si dedica da sempre alla (ri)affermazione del teatro sul piccolo schermo. Il programma si chiama E lasciatemi divertire e s’inserisce in modo filologicamente ineccepibile nell’altro non trascurabile progetto di riproposizione - nel ciclo Sabato, domenica e lunedì - delle prove drammaturgiche di Eduardo De Filippo: De Pretore Vincenzo, La fortuna con la F maiuscola, Gli esami non finiscono mai, Il berretto a sonagli, eccetera. Pietre miliari del palcoscenico.

Bisogna ricordare che interpreti e testi teatrali, fin dal 1954 hanno rappresentato le solide fondazioni del mezzo televisivo; quando le commedie o i drammi venivano addirittura realizzati in diretta. E fu durante una di queste che il grande Tino Carraro, avendo dimenticato le sue battute, con un’intuizione geniale prese a muovere la bocca senza emettere suoni per dare a intendere che ci fosse un guasto tecnico.

E lasciatemi divertire con Poli e Strabioli impasta il repertorio (tratto ad esempio da Babau realizzato nel 1970 e censurato dalla Rai per anni) alla piacevolezza del conversare dotto intorno ai sette vizi capitali, tra presente e passato, alto e basso. Un programma gioioso in cui il teatro, nell’incarnazione di Poli usato come magico juke-box, diviene pretesto di lusso per citazioni letterarie, cinematografiche, artistiche e psicanalistiche, quest’ultime con l’autorevole sigillo di Massimo Recalcati, che esalta senza timore le superiori piacevolezze della lussuria. Perché, al di là delle ubbie cattoliche, la lussuria ci distingue dalle bestie: “Copuliamo non per riprodurci ma per godere”, sostiene a ragione il professore.  

Oltre quarant’anni fa, Poli aveva infatti l’ardire di cantare “Vieni, pesciolino mio diletto, vieni. Noi faremo un amoretto…vieni…”, con tutti i sottintesi del caso, nell’orgoglio della felix culpa decantata da Martin Lutero. Oggi non ha remore a confessare che ha problemi economici, con una pensione irrisoria, e che ha smesso di fare teatro perché più nessuno lo pagava. Ha il coraggio di disvelarsi, Poli, come quando ricorda di essere andato a letto con uno scimmione di peluche dopo aver visto King Kong al cinema e di averlo poi fatto per tutta la vita… con scimmioni in carne e ossa.

Figuriamoci se l'attore fiorentino può farsi scrupolo di definire Roberto Benigni, “la Benigna”, alla stregua di una professoressa delle medie per l’indefessa opera divulgativa di Dante. Lui che nell’allegra disfida contro gli stereotipi e i tabù si concede il lusso (la lussuria) di spaziare nella vastità della produzione letteraria senza fossilizzarsi. All’Inferno, più pop, preferisce il Purgatorio che lo consola nei momenti cupi, poi legge Boccaccio e dice a memoria Palazzeschi. Eh, sì, come scrisse quell’antipatico di Tullio Kezich, Poli è un fiorellino inclassificabile. In Tv quasi stona, e stonerà per sette settimane, per nostra fortuna.   ?