La lezione di Quaterloo

Il caso Quarto, lungi dall’essere già concluso, è una Waterloo per il M5S, anzi una Quaterloo.  Non lo è tanto per le vicende giudiziarie, che pure ci porterebbero a dire che i grillini hanno perduto l’innocenza insieme ad un millantato monopolio di legalità e ad una diversità tanto conclamata quanto smentita dai fatti. Lo è soprattutto perché ha dimostrato la totale assenza di una strategia politica che reggesse di fronte allo scandalo del comune flegreo.

Si è passati da una difesa piena di omissis, ai balletti patetici sui voti inquinati non determinanti, alle espulsioni del sindaco e dei consiglieri che non si sono voluti piegare al diktat del sacro blog. Quest’ultimo è stato chiaramente un tentativo disperato di evitare che il direttorio nazionale venisse travolto mediaticamente dal caso Quarto. Sinceramente, un’operazione dilettantesca, non solo perché Fico e Di Maio sono campani, ma soprattutto perché giocare allo scaricabarile, fa apparire le loro leadership impaurite e autoreferenziali. Troppo preoccupati di allontanare dalle proprie carriere politiche la gestione di una vicenda difficile, e troppo poco di difendere una comunità che qualche mese fa aveva eletto il sindaco di Quarto.

E qui c’è un primo punto dirimente: da Quarto si certifica che il M5S non ha una classe dirigente all’altezza non solo di guidare un comune di media grandezza (e qui evito di elencare i disastri che da Livorno a Gela passando per Pomezia i grillini stanno facendo nei 16 comuni in cui amministrano), ma soprattutto assolutamente inesperta e inadatta a governare il Paese. Curiosamente alcuni deputati grillini in questi giorni spiegano in TV che le espulsioni (in parlamento e negli enti locali) sono necessarie perché il M5S è in grado di selezionare classe dirigente solo a posteriori. Questa idea, già di per sé abbastanza risibile, ha conseguenze collettive, perché siamo tutti noi che paghiamo il prezzo dei loro esperimenti istituzionali.

C’è una lezione importante per il M5S da questa storia, che forse potrebbe essere anche utile alla loro maturazione. L’onestà è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Aver cavalcato la tigre populista e manettara in questi anni ha portato molti consensi ma ha impedito al M5S di produrre una classe dirigente adeguata e un programma di cambiamento per il Paese. Hanno soffiato per mesi su qualsiasi vicenda, sempre sopra le righe, sempre in maniera ossessiva e parossistica. Hanno nutrito di odio la belva demagogica contro la politica. Adesso da quella stessa belva rischiano di essere divorati. Infatti tutti i sondaggi, per quello che contano, registrano sostanziose flessioni di consenso tra l’1% e il 2% nei confronti dei grillini, e in una sola settimana.

Se il M5S è come tutti, se ha gli stessi problemi che hanno gli altri partiti, allora non è più sufficiente gridare: onestà, onestà. È bastato il caso Quarto per dimostrare a tutti che il re è nudo, che dietro l’hype mediatico nel cavalcare uno scandalo c’è un vuoto programmatico incredibile. Non c’è uno straccio di idea realizzabile che riguardi l’economia, il lavoro, l’ambiente, la salute. Ed è sulla base di questi argomenti che gli Italiani scelgono di votare e dare fiducia, perché sono temi che toccano la carne viva delle loro vite. Era così prima di Quarto, lo è ancora di più dopo. Sarebbe il caso che il M5S imparasse questa lezione, in fretta.

 

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