Come il buio, a cui gli occhi si abituano. Viaggio nel Parco Verde della piccola Fortuna, "volata" dal terrazzo per spezzare le catene.

Caivano

?Due cose non vogliono vedere al Parco Verde di Caivano, un enorme agglomerato di case (tinte di verde) tra il Napoletano e la provincia nord di Caserta, a ridosso degli assi autostradali per Roma, costruite dopo il terremoto del 1980 e abitate da 6mila persone. Due cose non vogliono vedere e invece da alcuni giorni si ritrovano sempre tra i piedi, dopo l'agghiacciante tragedia di Fortuna, la piccola "volata" dal terrazzo dopo una vita di violenze sessuali e degrado; due cose: le divise e le penne, le forze dell'ordine e i giornalisti. 

I SETTE SENSI - Le prime le riconoscono, naturalmente, anche quando qualche carabiniere si avventura in borghese, sempre in coppia, sempre con le stesse macchine. Ma riconoscono subito pure i giornalisti, anche senza telecamere, anche se entri nel rione con uno scooter vecchio, con la cura di sfilarti il casco all'ingresso, per mostrare il volto e non indispettire nessuno. Ti avvistano da lontano, hanno fiuto, forse si accorgono della maniera di guardare o chissà di cosa. Hanno sei, sette sensi e li usani tutti per alzare radar, altro che videosorveglianza. Entri e non ti perdono mai di vista. Urlano da un angolo all'altro, voci scure nascoste dietro finestre: "Giurnaliiiiiist". L'avvertimento salta di isolato in isolato, come il testimone di una staffetta e mette un filo di freddo addosso.

SEGNI DELLA GUERRA - Eppure, Nanni Moretti, qui come a Spinaceto, girerebbe per i viali e direbbe "Sai che il Parco Verde di Caivano non è niente, ma niente male?". Non ha i segni della guerra. Ha i panni stesi, le parabole ai balconi, i motori dei condizionatori, le mamme coi figli nei passeggini che camminano per i negozi e comprano il pesce da "Gerardo, pescheria del Parco Verde" o i detersivi da "Profumatissimi" o i panini alla Cremeria di Toni. Una vita ordinaria, una vita normale. Puoi farti gli affari tuoi e campare cento anni, anche qui. Ma se attivi i sei, i sette, gli otto sensi, capisci dove ti trovi davvero, che cosa si muove veramente dietro quei nomi quasi beffardi rubati ai fiori e dati ai viali: quello principale si chiama Margherita, quello interno Lillà.

I DUE VOLTI DEL RIONE - C'è un rione con due volti: uno quasi sereno, pacificato, che lascia scorrere il sole sulle imposte, che non ha guerre da cui difendersi. E poi c'è quello di sotto, la traccia nascosta. Oggi, sembra che il governo ombra del rione abbia dato la linea di far passare i giornalisti e di mostrargli la normalità. Il primo volto. Venissero avanti  le "persone oneste" a dire che il quartiere è composto anche da loro e che qui, il vero problema, è lo Stato: non c'è lavoro, che dobbiamo fare? Noi vogliamo lavorare.  Ecco perchè, come avanzi tra i palazzi, oggi invece della gente che svicola, c'è chi ti viene incontro per raccontare, raccontarsi. "I problemi ci stanno - dice una donna con pane e broccoli in una busta di plastica - ma noi vogliamo vivere onestamente. I mostri non stanno solo qua, qui ci sono anche le persone oneste".

COME ALTRI QUARTIERI - I caseggiati del Parco Verde di Caivano, in effetti, sono tutt'altro che il Bronx degli orchi che ci si potrebbe immaginare. Certo, non sono i Parioli, o Posillipo. La vista è sui piloni dell'autostrada, o su prati che hanno il verde bruciato dell'erba secca, del ferro vecchio di lavatrici abbandonate o di panchine divelte. Ma il Parco Verde di Caivano non è diverso da altre decine di finestre sulla marginalità che si aprono nella grande Napoli-città-più-bella-del-mondo. Se hai visto le Vele di Scampia o le Case celesti di Secondigliano o il Rione Don Guanella di Miano o il Conocal di Ponticelli o il Rione 219 di Melito, o IL Rione Traiano di Soccavo o il rione Gescal di Cicciano o il Luzzatti di Napoli est, o il Pazzigno di San Giovanni a Teduccio, e perfino Largo Barracche dei Quartieri Spagnoli, a centro metri dal lungomare senza auto; se hai attraversato quei panorami, riconosci il loro tratto comune, questa capacità di coltivare la normalità fino ad ingoiare l'incredibile.

IL CORPO DI UN BARBONE - Intanto, un senso generale di abbandono a cui gli occhi, dopo dieci minuti, come col buio, si abituano. Questi viali somigliano al corpo di un barbone che ha altro a cui pensare e non si dedica certo alla doccia, alla manicure, allo shampoo, questi viali portano segni visivi di sonno all'aria aperta, di bivacco, di finestre rotte, di divani abbandonati per strada, di buche nell'asfalto, di cartelli stradali divelti, di erbacce alte due metri e poi cespugli bruciati, cumuli di bottiglie, auto nere, carcasse di motorini. A tutto questo abbandono, corrisponde poi una curiosa fortificazione dei palazzi, tutti sigillati da muri abusivi, cancellate su cancellate, fortilizi improvvisati che ti chiedi da chi si difendono, ma poi capisci. E' il mondo all'incontrario.

LE SENTINELLE - Negli angoli delle strade ci sono sempre due, tre ragazzi a piedi, impegnati a non fare niente. Tre passi avanti e tre indietro. Si distanziano di pochi metri, si guardano intorno, si guardano tra loro e se li osservi e segui le traiettorie dei loro sguardi, vedi che costruiscono poligoni perfetti nell'aria, piantine di osservazione, mappe di telecamere umane. "Giurnaliiiiist". Sono la videosorveglianza in carne e ossa dei viali. Occhi puntati su altri occhi, su altri occhi ancora, che si danno la voce. Perchè in questo vorticare di sguardi, c'è la ragnatela dell'economia del Parco Verde, questo luogo che in fondo non è niente male.

L'ECONOMIA DEL RIONE -  Si chiama droga, si chiama piazza di spaccio. In tutto il rione, su 6mila abitanti, almeno in 500 campano sugli stupefacenti. Pare che girino nei viali almeno 45 chili di droga a settimana: sei o sette di eroina, tagli pesantissimi per un esercito di almeno 700 tossici che la comprano e se la fanno sul posto, nei prati che circondano il rione, fino a infilarsi nei giardini della contigua parrocchia di San Paolo, dove c'è un getto costante di acqua dal terreno, non si sa se per un guasto o un tentativo di dissuadere i tossici a fermarsi. Fino ad arrivare ai cortili delle scuole, allo strano fungo che fa da serbatoio dell'acqua, o ad una radura di erba mangiata dal sole che non si sa dove finisce.

IL CALDERONE - Non solo eroina, qui. Anche due chili di kobret a settimana, altri due di pasticche varie e almeno trenta tra cocaina e hashish. Il fumo, in particolare, vengono a comprarlo da tutta l'area nord del casertano. Si avventurano professionisti, studenti, giovani impegnati. E' tutto un calderone: magari c'è chi la mattina protesta contro la camorra, e la sera viene qua a comprarsi lo spinello, forse senza capire che ogni cosa, su questo strano scacchiere, si tiene. La camorra, infatti, vigila, disciplina, organizza, dà le carte. Vuoi un viale per spacciare? Ti servono due cose: il via libera del clan e 10mila euro di investimento. Cominci subito a lavorare, ti viene assegnata una strada già vigilata. Devi dare 500 euro al giorno al clan, ma ne puoi guadagnare anche 100mila al mese. La catena della droga è un ingranaggio familiare: gli uomini trattano le partite grosse coi trafficanti e trasportano, si prendono i rischi grossi; le nonne  e le mamme confezionano nella cucina di casa; i ragazzi spacciano e i bambini riforniscono.

BAMBINI PER POCHI ANNI - I bambini, sì. Qui si smette di esserlo quando si è in grado di camminare. A sei anni sono per strada da soli, a sedici diventano genitori, mentre le loro mamme non hanno nemmeno quarant'anni e i nonni sono poco sopra i cinquanta. Due anni fa, trovarono bambini di cinque e sei anni che con lo zainetto della scuola, trasportavano droga dalle cucine di casa alle piazze di spaccio. Come la nascondevano? Negli ovetti Kinder. Per la precisione, nell'ovuletto giallo della sorpresa. Ci vanno dodici dosi esatte e con la stessa cura con cui nelle case la mattina si prepara la cioccolata calda, mamme e nonne aprivano l'ovetto, lo riempivano con la "sorpresa" speciale, lo richiudevano e lo affidavano al bambino. A lui, aperto di nuovo dallo spacciatore, spettava il cioccolato.

GLI ORCHI - Guai a parlare di droga, però, stamattina in questo bel parco Verde che non è niente male. Tutti i riflettori sono puntati, le partite di stupefacenti non entrano. Non si vende. Qualche tossico non aveva capito, si aggira disorientato. Poi va via. Non ci sono gli elicotteri, in genere usati dalla polizia per fare qualche blitz (uno ogni tre anni può bastare) e indebolire la piazza per tre giorni. Ci sono, però, i giornalisti, che vengono a raccontare il rione degli orchi. "Bestie - dice un macellaio -. Bestie che meritano la pena di morte". Non c'è omertà adesso. Ne parlano tutti. Qualcuno, dopo l'arresto del presunto assassino di Fortuna, ha lanciato anche una molotov contro la casa della sua convivente. Un piccolo slargo dove si vedono ancora i segni delle fiamme. Una fioriera bianca con piante grasse, una sedia in un angolo, una madonnina di cinquanta centimetri, bianca, con le mani giunte. Di orchi, oggi, si può parlare. Ormai il caso è svelato. Bestie, dicono tutti. Meglio gli orchi che la droga, perchè se pronunci la parola magica, torna l'omertà.  "Ma quale droga - urla la stessa signora con pane e ortaggi nella busta, a cui si sono avvicinate altre quattro donne -. I nostri mariti la mattina vanno a lavorare". Ma molti di questi sono in carcere e alle famiglie ci pensa il welfare della piazza di spaccio. Perchè c'è la cassa comune, c'è il fondo solidale, c'è un pezzo di torta anche per chi non può "lavorare".

LE PERSONE ONESTE - Niente persone perbene, quindi, nel Parco Verde di Caivano che non è davvero niente male? Figuriamoci. In questi quartieri, a macinare il mulino della droga sono sempre delle minoranze. Il 30, massimo 40 per cento degli abitanti (comunque tanti). La maggior parte sono lavoratori, impiegati, operai, pensionati, commercianti, massaie: gente comune che però è come sequestrata in vita sua. Inebetiti da un contesto in cui sono corpi estranei, non espulsi ma in ostaggio dentro le loro stesse case, dentro i loro stessi negozi. Chiedono il permesso anche per respirare. Attraversano i viali tenendo gli occhi bassi. Si chiudono i figli stretti nel salotto. Pregano molto ma sussurrano appena. E' il silenzio degli innocenti, che pesa come una condanna. Anche i preti, grandi battaglie contro il traffico dei rifiuti, raramente hanno speso una parola, invece, sulla droga. L'innominabile droga.

IL VOLO DI UN ANGELO - Ecco perchè la terribile violenza di Fortuna, abusata sessualmente, lanciata dal terrazzo, vista da qui, dai tappeti di siringhe, dalla chiesa col getto d'acqua, dalla scuola IC3 fortificata come una caserma, dalla media Viviani tutta sbrecciata, dai viali dai nomi dei fiori, che chiudi gli occhi e ti sembrano quelli di altri cento posti di questa periferia dell'impero, che in fondo non è niente male, sembra solo il volo finale di una tragedia quotidiana. Il volo di un angelo che si è liberato dai lacci, che ha alzato la testa, che ha detto no, che ha rifiutato il destino, che ha riconosciuto la violenza, che ha preso un'altra strada e che qui, oggi, in un dolore vero perchè l'orrore si riconosce sempre, vogliono solo dimenticare in fretta per riprendere la vita di sempre, quella sotto sequestro, quella a testa bassa, quella principale e quella nascosta. Quella di sopra e quella di sotto. Quella sequestrata, quella in catene.