Il sindacalista che chiede il pizzo all'imprenditore. Moralisti con gli altri, indulgenti con se stessi

Nel mondo delle cose normali, un sindacalista lotta per i diritti e minaccia una mobilitazione per fare avanzare le condizioni di lavoro dei suoi compagni. Nel mondo alla rovescia, un sindacalista usa il suo potere per estorcere denaro al datore di lavoro. “Se non mi dai 2500 euro organizzo uno sciopero”.

Purtroppo l’Italia è sempre più un paese alla rovescia. Il caso del sindacalista della Uil trasporti che a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, è stato arrestato per estorsione verso l’imprenditore che gestisce i parcheggi pubblici, non sorprende. E, a ben vedere, è questa la vera sorpresa. Un episodio così dovrebbe farci saltare sulla sedia. E invece ci siamo quasi abituati. Due colonne in cronaca, si diceva una volta di quelle notizie che hanno perso mordente.

Un sindacalista corrotto, che addirittura chiede all’imprenditore di non versare i contributi volontari per i 14 dipendenti e dividersi il maltolto, sembra una cartolina abituale della scena italiana. Come un Ministro che parla al telefono col fidanzato di un emendamento che può tornare utile alle attività di impresa. Come un sottosegretario che parla con alcuni imprenditori e si dice a disposizione. Come di un dipendente pubblico che timbra il cartellino al posto del collega. Come un deputato che infila la manina nel meccanismo e vota per il compagno di banco assente.

Scene italiane, purtroppo. Scene di vita quotidiana in un paese che sembra aver smarrito il principio, la regola, la misura, il confine, perfino l’orizzonte.

Che ci vuole a capire che un sindacalista che usa così il suo potere, inquina e distrugge un secolo di conquiste vere, pagate col sangue e con il sudore da lavoratori di un’altra epoca che, quando lottavano, lo facevano con la vita?

Che ci vuole a capire che un dipendente pubblico che approfitta dei suoi diritti, li demolisce lui per primo, giorno per giorno, col suo comportamento, vanificando anni di battaglie?

Sembra spezzato, ormai, in questo Paese, il filo che collega la mente al braccio, un’azione alle sue conseguenze. Con il dramma che questa deriva riguarda l’alto e il basso, il potere massimo e il potere minimo, il ministro e l’usciere, il capo e il secondo, l’imprenditore e il sindacalista. Non è solo un vizio del potere ma anche del popolo. Non c’è un vertice corrotto e una base sana, come alcuni amano pensare. C’è un virus che viaggia dalla testa ai piedi, e non sai più da dove cominci a puzzare il pesce.

Il tutto, poi, con il tragico paradosso che ciascuno accusa l’altro. Mai come in questo momento, infatti, l’Italia è attraversata da una furia moralistica e giustizialista. Basta mezza telefonata intercettata per far scattare la gogna mediatica. A patto, però, che il comportamento riguardi l’altro.  Perché la legge del moralismo è proprio questa: intransigente con gli altri, indulgente con se stessi.

Il mondo alla rovescia, appunto.?