Adelma e le sue gemelline, i volti del martedì nero di Bruxelles. La morte che ci soffia sul collo

Adelma, il marito e le due figlie gemelline di 3 anni erano in fila all’aeroporto di Zaventem in attesa del loro turno per il check-in, la mattina del martedì nero di Bruxelles. Poi una delle due bambine si incapriccia: sfugge alla mano della mamma e comincia a zampettare verso l’uscita. L’altra gemella fa lo stesso.

Le due piccole urlano e ridono, tra l’ilarità generale, e scappano verso l’uscita. La mamma si gira e le richiama ma loro niente. Si divertono e corrono nelle luci. Il papà, a quel punto, dice alla moglie di restare in fila. Ci pensa lui. Va dietro alle bambine, le accompagna con lo sguardo, le lascia giocare poi le raggiunge e le riprende per mano, mentre la mamma da lontano osserva divertita la scena.

E’ esattamente a questo punto che il corpo di Adelma va in mille pezzi. Scoppia la bomba. Una nube di polvere e detriti travolge tutti. Della donna non rimane quasi più nulla. Per identificarla hanno dovuto ricomporre il suo corpo. Il papà e le sue bambine, invece, sono salvi.

Adelma – una donna peruviana di 36 anni col sogno di aprire un ristorante in Belgio – è la prima vittima identificata degli attentati di Bruxelles. Era peruviana. Una straniera, come gran parte dei 32 morti e dei 300 feriti di quella mattina. Solo 4 hanno un nome. Gli altri sono frammenti.

Solo due i belgi, al momento, tra i morti identificati.  (Guarda la gallery). Ci sarebbero persone di 40 nazionalità diverse. Lavoratori, studenti, casalinghe, operai, mamme. Gente ora dispersa che non ha raggiunto il luogo di lavoro o non si è mai imbarcata sugli aerei, fermi sulla pista.

Se volevano colpire il mondo, la mescolanza, il superamento delle barriere, l’integrazione, il genere umano che sbianchetta i colori, le razze, le differenze e si amalgama in quella marea di carne e vita che è l’umanità; se volevano colpire il mondo nuovo, ce l’hanno fatta.

Le storie che arrivano da Bruxelles somigliano molto a quelle del Bataclan di Parigi, e perfino – fatte le differenze – al tragico incidente stradale in Spagna, quello degli studenti dell’Erasmus. E’ il mondo che si muove, che non ha paura, che conserva le origini e però si disancora dai lacci, viaggia, apre la mente, muove le gambe.

Si dice che i morti siano tutti uguali. Ma non è vero.  Quelli che ci somigliano, ci fanno più paura. Quelli che si avvicinano a noi, ci fanno tremare le gambe.

E’ come se la morte prendesse così le nostre sembianze, indossasse la nostra maschera, si facesse vicina vicina e ci dicesse, guardami, sono qui. E’ per questo che versiamo più lacrime, e la pelle ci brucia, quando vediamo le foto delle vittime dell’ incidente spagnolo: quelle studentesse sono identiche alle nostre figlie o alle nostre amiche. In qualche modo, sono loro.

E succede così anche questa volta, per le vittime di Bruxelles. Come per Parigi, come per il concerto rock trasformato in mattanza, come per quei  tavolini di bar e ristoranti, la morte è venuta a soffiarci sul collo, a ghignare viso sul viso. Lo chiamano terrore mica per caso.

Non è una guerra, come amano dire alcuni per sottolineare la durezza dello scontro. E’ peggio. In una guerra, soldato contro soldato: la divisa ce li fa diversi, lontani, li spersonalizza, li “uniforma”. Sono uomini, certo, ma sono lì.

Le regole di ingaggio e il codice militare tengono la morte – per quanto possibile in un conflitto – fuori dal recinto della vita comune. Ma qui, no: la bomba ci sporca il viso di fuliggine, si insinua nel quotidiano, uccide Patricia, la nostra amica, uccide Adelma, la nostra mamma.

Ci uccide tutti perché ognuno di noi sarebbe potuto essere lì.  Perché la morte così si fa vicina, ci tocca la mano, porta i bambini a fare un giro e li salva, tiene le mamme in fila e le manda in pezzi.

Decide lei, mica noi. E questa cosa ci gonfia di paura e lacrime. Ci terrorizza, appunto.??