"Solo chi compra il libro di Mario Tozzi partecipa all'incontro", l'assurda circolare della scuola

«Solo ed esclusivamente gli studenti che hanno acquistato il saggio sono invitati a partecipare al confronto con l’autore». C’è scritto proprio così sulla circolare che la dirigente dell’Istituto Alberti di Roma ha diramato prima dell’incontro con il geologo, e volto noto della tv, Mario Tozzi, invitato a scuola a presentare il suo ultimo libro.

Viene da chiedersi come dovrebbe dimostrare, i ragazzi che hanno comprato il volume: esibendo lo scontrino all’ingresso? Portandosi dietro il saggio e mostrando la data di acquisto? Alzandolo come un biglietto?

La preside si è difesa dicendo che l’Aula magna ha solo 70 posti (allora non chiamatela magna) e bisognava selezionare in qualche modo i partecipanti. Ma se davvero c’è tutta questa voglia dei ragazzi di esserci non sarebbe stato il caso di prendere una sala più grande, magari in un altro posto? Non bisognerebbe aprire gli spazi, insieme alle mente, quando gli studenti hanno voglia di ascoltare, parlare, capire, discutere?

Non bisognerebbe avere come obiettivo, a scuola prim’ancora che altrove, la circolazione dell’idea, dell’emozione culturale e non solo della merce, del prodotto, dell’oggetto?

Viene da chiedersi che mondo abbia in mente chi pensa di alzare i muri a scuola invece di spalancarne i portoni, e che rapporto abbia coi libri chi pensa di utilizzarli come ticket, e che idea si sia fatta della conoscenza chi la considera come un circoletto così chiuso, così selettivo.

C’è da temere la risposta. Una visione burocratica del sapere. Lo smarrimento definitivo della suggestione. Se non vivessimo in un mondo alla rovescia si andrebbe nelle scuole a presentare i propri libri portandoseli dietro e lasciandoli liberi su una scrivania: prendete e leggetene tutti, dovremmo dire.

Un seme gettato nella terra, in un Paese dove 7 persone su 10 non aprono mai un libro, neppure di ricette o la biografia di un cantante.

Ma il libro è un prodotto, si dice: ha costi di stampa, spese, un prezzo di copertina. Un libro va venduto. E’ ovvio. Ma allora – almeno a scuola - troviamo altri modi ma non alziamo muri. Mandiamo un pdf a tutte le scuole che ospitano scrittori! Diciamolo agli editori. Diciamolo agli autori. Consideriamola una funzione sociale. Lasciamo il testo in consultazione ai ragazzi. Chi avrà voglia, cercherà una copia cartacea: stabilirà con lei quel rapporto intimo che si ha solo con il libro stampato. Ma se non vorrà, gli basterà il testo.

Che il testo sia libero, per ognuno di loro. Ecco, così si sarebbe capito e amato quel dirigente scolastico: una lettera all’editore con questa richiesta. L’editore dice no? Chissà. Allora costruiamo una cassa comune: compriamone venti, passiamoci il libro. Condividiamo e moltiplichiamo ma apriamo quel portone, buttiamo giù quelle pareti, facciamo circolare quelle parole.

“I libri hanno un valore – ha detto la preside -, voglio che i ragazzi lo capiscano“.

Qualcuno spieghi, però, a questi ragazzi che il valore non è il prezzo ma il senso. Non è il denaro ma la parola. Non è quanti soldi hai, ma quanta roba sei.

Se non lo fa la scuola, chi?