Il ritratto di J. Edgar Hoover, firmato Clint Eastwood

J. Edgar, ovvero la vita di Hoover, l’uomo che creò l’FBI, è l’ultimo film di Clint Eastwood. Dire che Clint Eastwood sia come il vino, che più invecchia e più si fa corposo e saporito, è senz’altro un luogo comune, obbligatorio vista la ragguardevole età ( 81 anni), del regista. Eastwood si era già lanciato nel territorio di Oliver Stone col suo altrettanto storico e ambizioso Letters From Iwo-Jima, ma con questo ritratto di un uomo e di un’epoca si assicura il podio dei vincitori.

A dargli una sostanziosa mano, sono scesi in campo anche lo sceneggiatore Dustin Lance Black (Oscar per Milk) e Leonardo Di Caprio, che è tanto bravo da riuscire persino ad assomigliare al politico dalla faccia (e tenacia) di un bulldog. Il confronto con l’interpretazione (splendida) di Broderick Crawford nel cult del 1977 di Larry Cohen, The Private Files of J. Edgar Hoover, è legittimo, ma Di Caprio ne esce a testa alta: convincente persino nella trasformazione da arrogante venticinquenne agli inizi della carriera in tempi pre-depressione alle ossessioni degli anni Sessanta, quelle che gli fruttarono i sospetti di essere la vedova nera della politica americana, impegnato a tessere le trame dei suoi capitoli più neri, dall’assassinio di Robert Kennedy in poi.

Hollywood figura nel film di Eastwood con una parte importante, con i divi legati ai politici a doppio spago proprio come spesso accadeva nella realtà: i cameo sono numerosi, da Shirley Temple a Dorothy Lamour, ai tempi in cui Hoover contemplava il matrimonio con la moviestar gettando nella disperazione il suo amico del cuore, Clyde Tolson. Ma la figura che emerge come unica, vera influenza nella vita dell’uomo che regalò all’umanità l’identificazione tramite impronte digitali e le registrazioni telefoniche, è la madre (superbamente interpretata da Judy Dench) con cui il nostro ha un rapporto che farebbe la gioia di orde d’analisti.

Hollywood ritorna nei discorsi all’uscita del film poiché in mezzo all’orgia di distorsioni storiche divorate dalla brama di azione e di effetti speciali (vedi Thor il Vichingo trasformato in un alieno dai superpoteri o i Tre Moschettieri ridotti a cartone animato), un lavoro onesto, accurato, raffinato (e non per questo meno spettacolare) come questo film di Eastwood è una perla preziosa.