Ma l'inglese non lo impariamo mai? Certe figuracce non si possono più fare

?

Le cose sono andate così: una turista australiana in vacanza in Sardegna ha deciso di lasciare per qualche ora le spiagge e visitare il museo etnografico di Nuoro; ma ben presto si è accorta che nessuno nel museo conosceva l’inglese e dunque nessuno poteva spiegarle nulla. Indignata per tanta ignoranza, l’australiana è tornata al mare, e poi ha raccontato il triste episodio alla stampa. Che dire: non mi sorprende affatto questa tragica lacuna linguistica, perché so bene quanta fatica facciamo noi italiani con l’inglese.

Io per primo ho frequentato corsi, pagato insegnanti privati, mi sono cimentato con manuali e dizionari di ogni tipo, eppure balbetto a stento “the cat is on the table”. E ogni volta che viaggio nel nord dell’Europa mi domando come sia possibile che ogni barista olandese, ogni cameriere norvegese, ogni commesso finlandese sappia così bene l’inglese, mentre noi cerchiamo ancora di cavarcela a gesti e parole buttate lì a casaccio. I nostri figli cominciano a studiare la lingua di Shakespeare in prima elementare e continuano per tredici anni a battagliare con il genitivo sassone e tutto il resto: arrivano a diciotto anni e ancora non sanno ordinare un caffè al bar. Siamo negati per le lingue?

Le studiamo nel modo sbagliato? Siamo rovinati dal doppiaggio dei film e dei cartoni animati? Non abbiamo insegnanti all’altezza, mancano i laboratori? Non saprei dare una risposta sicura, però provo una certa vergogna di fronte a tanta insipienza linguistica. Abbiamo avuto sindaci di grandi città, ministri della Repubblica, presidenti del consiglio che parlavano l’inglese più o meno come Alberto Sordi nell’americano a Roma. Cantiamo a squarciagola tante belle canzoni dei Beatles o dei Rem inventandoci le parole come faceva Adriano Celentano nei suoi rock molleggiati. Accade persino di imparare qualcosa, ma dopo un mese siamo punto a capo, abbiamo dimenticato tutto. E allora non c’è da meravigliarsi se il povero custode sardo di un museo non sa dare spiegazioni a una turista australiana, magari anche un po’ nervosetta e supponente.

Vorremmo poterle dire: ma lei lo sa l’italiano? ma capiamo bene che è una domanda sbagliata, perché la nostra bellissima lingua ormai conta poco o niente. E allora che si può fare? Dobbiamo continuare a spendere un sacco di soldi in corsi privati che non ci aiutano affatto? Oppure dobbiamo rassegnarci? Probabilmente bisogna ripartire da zero, trovare un metodo che funzioni con i bambini, insistere. Perché certe figuracce non si possono più fare: ci riempiamo la bocca con il job’s act, con la spending review, siamo cool, siamo glamour e poi restiamo muti come pesci se dobbiamo scambiare due parole con una antipatica turista arrivata da Sidney.