Sporcano la campana del campanile di Giotto perché la bellezza li disturba

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Con un pennarello in mano, o con un chiodo, o anche solo con la chiave di casa, certi ragazzi riescono a deturpare qualsiasi cosa, un treno, un autobus, una panchina, un monumento: ieri addirittura la campana settecentesca del campanile di Giotto a Firenze. E l’aspetto più assurdo di questa incursione vandalica è che gli studenti in gita si sono accaniti sulla campana proprio mentre veniva mostrata la ripulitura dell’interno del campanile, oltraggiato da anni di scritte selvagge. Proprio durante la cerimonia che riconsegnava ai fiorentini e ai turisti il campanile nettato dalle offese dei barbari, quei giovanotti insozzavano il bronzo della campana.

Viene da domandarsi: ma quanta rabbia e quanto schifo hanno in testa e in corpo quei disgraziati per scatarrare senza ritegno sulla bellezza? Perché la bellezza li infastidisce al punto da volerla rovinare senza pietà? Sembra che la bellezza sia la loro peggiore nemica. Vedono qualcosa che contiene intelligenza, armonia, lavoro creativo, storia, e invece di provare l’ammirazione che solleva, provano l’odio che abbassa e involgarisce.

La bellezza li obbliga a pensarsi diversi, migliori, li costringe a uno sforzo di immaginazione, a sospettare che esista la possibilità di una vita nobile: e questo per loro è intollerabile. Devono sporcare ogni purezza, riportare ogni meraviglia nel campo della meschinità, perché lì si trovano a loro agio, senza alcuna fatica da fare, senza scale da salire.

Tutto deve somigliare al mondo squallido che abitano, un mondo che non pretende niente, solo di confermare il fango. E allora si prende un pennarello e si marchia con il proprio misero nome un’opera geniale: credi di essere diversa, bella campana, credi di poter suonare la musica sublime dell’arte? Non ti illudere, mi basta un pennarello o un chiodo per riportarti nell’immondizia dove io grufolo. Nessuno scarto, nessuna impennata fantasiosa, ti imbratto e sei un pezzo di metallo come mille altri.

E’ un’operazione alchemica rovesciata: oro che si trasforma in piombo, cibo dell’anima che diventa merda. Il nostro tempo non ama la complessità dell’arte, vuole ricondurre tutto a un livello minimo, semplice sostegno di un’inconsapevolezza aggressiva.

Esisto solo io con il mio pennarello nero, la mia frustrazione cieca che vuole accecare tutto. Se potessi, pensa il vandalo, piscerei sul Pertenone, righerei tutta la musica di Bach, cancellerei ogni verso di Dante. Ogni slancio ideale mi irrita, perché mi mette davanti alla mia inconsistenza. Io sono ciò che sono, non mi va di sognarmi diverso. I sogni inquietano, stancano, danno vertigini tremende.

Voglio affogare i sogni nella mia pozzanghera. Chi mi vuole migliore, mi disturba. Lasciatemi il mio pennarello per combattere le pretese della bellezza. Secoli e secoli di levitazioni poetiche io li azzero in un attimo. Sporco e rido, e magari mi faccio una foto accanto al mio trofeo di caccia, la campana del campanile di Giotto, e la pubblico su Facebook. Tanti sicuramente, senza alcuna fatica, diranno “mi piace”.