Ma perché stiamo diventando sempre più ignoranti?

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Noi italiani offriamo al mondo tutta l’arte che vuole, dalla Classicità al Rinascimento, dall’opera lirica al cinema, dalla poesia alla musica: non ci manca niente, siamo stati un popolo creativo, fantasioso, profondo, e forse in parte lo siamo ancora, però, a leggere gli ultimi dati, un velo di sconforto scende a coprire orgogli e speranze.

A quanto pare un’impressionante percentuale dei nostri connazionali non legge mai, non va mai al cinema o al teatro, non ascolta musica, non nutre i propri pensieri con alcun alimento culturale. Sono circa il 20% gli italiani che si tengono alla larga da qualsiasi tentazione culturale, indifferenti a ogni suggestione artistica. Se poi scopriamo che il 17% dei ragazzi abbandona la scuola, che gli iscritti all’università precipitano, che l’analfabetismo di ritorno aumenta oscenamente, e girando per le strade delle nostre città vediamo che le librerie chiudono e tanti cinema s’arrendono, allora è naturale temere il declino del paese.

Bisognerebbe capire perché la crescita culturale degli italiani a un certo punto si è arrestata, perché dopo decenni in cui la cultura veniva intesa come energia vitale, come un bene essenziale per la formazione individuale e collettiva, oggi ci sia questo contraccolpo barbaro. Cos’è stato a riportarci indietro? Il berlusconismo edonista e cafone, la crisi economica, l’urgenza di dedicarsi alle questioni primarie, alla lotta per la sopravvivenza, tralasciando ogni bene che appare superfluo? Risposte sicure non ce ne sono, ma certo è evidente, soprattutto per chi lavora con i giovani, che il fascino della cultura e della complessità non seduce più. La cultura viene intesa semplicemente come una noia insopportabile, un peso polveroso di cui è meglio sbarazzarsi in fretta.

Paradossalmente, la coppia di nemici è formata dai libri e dai soldi. I più giovani sentono – perché gli adulti hanno trasmesso loro questa convinzione – che dove ci sono i libri c’è povertà, che il mondo scintillante di godimenti e fortune sta esattamente dall’altra parte, mille miglia lontano dalla polvere delle biblioteche. La cultura viene intesa come “passato”, e il passato è vecchiaia, tristezza, morte. I soldi sono il presente e il futuro, la vita. Chi si ferma a leggere è perduto, perché intanto il mondo corre, e bisogna arraffare in fretta quello che passa.

E’ il sentimento del tempo che è mutato: la conoscenza prevede pazienza, dedizione, ore di silenzio, ma sulle montagne russe del presente nessuno può aprire e sfogliare un libro. E così velocemente precipitiamo, ridendo e gridando, fotografando di continuo la nostra idiozia. Il pesce comincia a puzzare dalla testa, dice un proverbio, e dice bene: le nostre classi dirigenti, i nostri politici sono i primi a dimostrare totale indifferenza alla cultura.

Magari vanno alla prima della Scala, perché ci sono le telecamere dei TG, ma non hanno mai un libro in mano, non ricordano nessuna bellezza passata e presente. La libreria davanti a Montecitorio s’è spenta tristemente. E così procediamo verso l’ignoto, senza voler sapere niente, con la mente vuota e la pancia piena delle tante, troppe, gustose pietanze che gli chef sfornano in televisione a ritmo continuo.