Utero in affitto: una forma di schiavismo indegno

Solo poche settimane fa avevo scritto in questa rubrica un articolo in cui mi domandavo come mai le donne non si indignassero riguardo alla questione dell'utero in affitto, mi sembrava strano che nessuna prendesse una posizione netta su una forma di schiavismo indegno. Adesso per fortuna il tema è sulle prime pagine dei giornali, e il dibattito quanto meno si è aperto. Sinceramente non capisco come mai tante intellettuali continuino a considerare questa pratica violenta come qualcosa di assolutamente giustificabile, o magari come una magagna che deve solo essere regolamentata meglio dalla legge.

Non capisco come si possa accettare che una coppia ricca – etero o omosessuale poco importa – metta mano al portafoglio per comprarsi il corpo di una poveretta che non sa come mettere insieme il pranzo e la cena ed è costretta a trasformarsi in un mero strumento dell'altrui desiderio di paternità e maternità. Ci deve essere un limite al disprezzo, al potere del denaro, al cinismo. Non si può liquidare la faccenda inquadrandola nel campo della libertà di scelta, sostenere che ognuno fa quello che vuole, che nessuno può impedire a una donna di mettere il proprio corpo al servizio di chi le propone questo affare.

Ricordo ancora quando da ragazzino vidi "Il boom", un film con Alberto Sordi: probabilmente non è un capolavoro, però ha la cattiveria delle commedie all'italiana, buffe e feroci. Sordi è un piccolo imprenditore che passa in fretta dalla ricchezza ai debiti, che vede davanti a sé lo spettro del fallimento e della miseria. Per uscire dal tunnel, decide di vendersi un occhio. Proprio così, "vale un occhio della testa" recita un modo di dire della nostra lingua, e deve essere stata questa espressione a stimolare la fantasia degli sceneggiatori e del regista.

Ricordo i brividi di orrore che provai durante il film. Vendersi un occhio, che mostruosità. Eppure si ipotizzava che esistesse un mercato anche per questo tipo di merce, che qualcuno potesse cacciare un sacco di soldi per cavare da una testa disperata un bulbo oculare e trapiantarselo felicemente. Era un film degli anni Sessanta, e forse non ebbe un successo straordinario proprio perché sembrò inverosimile, troppo crudele, eccessivo. E invece ora siamo più o meno da quelle parti. Si può comprare una madre, senza provare alcuna pena per quella donna. Tu paghi, lei incassa e non ne parliamo più.

E allora sono contento che la Comencini, la Maraini e tante altre donne lucide e sensibili mettano in guardia l'opinione pubblica su questo traffico disumano. Non tutto è in vendita, non tutto può avere un prezzo da contrattare. Certi diritti fondamentali vanno difesi dall'arroganza del denaro. La cosa triste è che chi ha preso questa posizione passa per un conservatore becero, per un poliziotto che vuole negare il diritto alla paternità. E' vero l'opposto: chi appoggia l'idea dell'utero in affitto si schiera dalla parte dei forti contro i deboli, dalla parte dell'onnipotenza  mercantile contro la dignità umana.