I miei studenti islamici mi difendono dalla paura

Ricordo un viaggio in Pakistan, nel 1996, molto prima che si ponesse la questione tragica dello scontro di civiltà, del terrorismo jihadista, della guerra in Siria etc. Per me era un viaggio come tanti altri, mi aspettavo di vedere bei posti, di incontrare gente simpatica, diversa ma disponibile, di divertirmi e di imparare qualcosa, quello che si aspetta ogni persona che sale su un aereo insieme a quattro amici e parte per un luogo lontano. Ebbene, nel giro di una settimana mi resi conto che noi turisti occidentali ispiravamo solo diffidenza, che le persone ci guardavano storto, che eravamo spesso circondati da una certa incomprensibile ostilità. Ho visto posti spettacolari, montagne altissime,  città caotiche, ho visto tante cose che ancora mi rimangono nella memoria, però non fu un bel viaggio, non so perché avvertivo costantemente un senso di minaccia e di pericolo al quale non ero per nulla abituato. Il nostro modo di vestirci, i capelli biondi e sciolti di un’amica, le nostre risate, nulla piaceva ai pakistani. Allora compresi che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto, che cominciava a tirare una brutta aria.

Molto dopo ci fu la tragedia delle Torri Gemelle, poi gli attentati a Londra e a Madrid, il massacro di Charlie Hebdo, e ora l’ultima carneficina a Parigi. Non posso dire che me lo aspettavo, però già vent’anni fa avevo percepito una pesante insofferenza verso noi occidentali. Avevo colto soprattutto due aspetti: la totale mancanza di allegria in quel paese roccioso e l’assenza di ogni presenza femminile. Non sorridevano mai e non permettevano che le donne portassero dolcezza, morbidezza, serenità nella loro vita. Era un mondo cupamente maschile, barbuto, tetro. Un mondo che, devo essere sincero, non mi piaceva affatto.

A Roma ho continuato e continuo a fare l’insegnante, e qui ho visto che per fortuna tutto è diverso. Ho avuto parecchi alunni mussulmani, ragazze del Bangladesh, ragazzi albanesi e kossovari, tunisini, e tutto è andato sempre benissimo. Sono studenti educati, allegri, impegnati. Quando in classe si è discusso di fatti di sangue, loro hanno sempre dimostrato una netta contrapposizione a ogni forma di violenza. Mille volte hanno ripetuto: “Noi non siamo così, per nulla, e il Corano non dice di uccidere, di tagliare le gole, di schiacciare gli altri, il nostro Corano insegna la compassione e la dedizione ai più deboli.”

Questi ragazzi mi rincuorano, sono davvero gentili e disponibili con tutti, sono ragazzi buoni. E allora mi chiedo a cosa devo credere: alla ferocia dei jihadisti, all’intransigenza degli estremisti o alla serenità dei miei studenti islamici? Istintivamente mi schiero con la speranza e con la fiducia. Mi ripeto che la stragrande maggioranza dei mussulmani è composta da gente che, come noi, vuole solo vivere felicemente insieme agli altri. Oggi in classe discuteremo della strage di Parigi, e so già che i miei studenti islamici diranno che loro non sono così, che odiano le bombe, i mitra, la morte. E venerdì andrò al mercatino che sta attorno alla mosche di Forte Antenne, comprerò un buon dolcetto, parlerò con i commercianti: perché non voglio cedere alla paura, perché sono ancora convinto che il mondo sia popolato da persone capaci di intendersi e di amarsi. Talvolta nei miei pensieri torna l’ombra cupa del Pakistan, ma il sorriso buono di Tanzina, la ragazza del Bangladesh che è la più brava della classe, in un baleno scaccia quell’oscurità.