Cosa ci resta della poesia e del cinema di Pasolini?

Molto si è parlato e scritto in questi giorni attorno alla vita e all’opera di Pier Paolo Pasolini, e moltissimo attorno alla sua morte. E allora, oggi cosa resta di tutto quello che il poeta ha seminato sul suo difficile percorso? Cosa ci rimane della sua contraddittoria lezione? Potremmo rispondere: alcuni suoi libri, alcuni suoi film, alcuni interventi sulla società dei consumi e sul progressivo smarrimento delle tante identità private e collettive. E tutto questo è senz’altro vero, solo pochi giorni orsono ho fatto vedere ai miei studenti Accattone, un film del 1960, in bianco e nero, un film che potrebbe sembrare neorealista e invece sfiora la sfera religiosa, con le musice di Bach che sostengono la misera parabola di un pappone di periferia e la innalzano nel cielo rarefatto dei poveri che comunque saranno salvi. E i miei ragazzi, dopo qualche iniziale resistenza, hanno seguito con attenzione questa storia in bilico tra degrado e innocenza, questo cammino puro verso la consapevolezza e la beatitudine. E così ho compreso che quello che resta dell’esperienza pasoliniana è soprattutto l’infinita, scandalosa vitalità.

Oggi i più giovani associano la cultura alla polvere, alla noia, alla tristezza, sentono i libri come ricettacolo di depressione e fuligine, come mattoni incastrati a formare un muro che fa solo ombra. E invece Pasolini ci ha ricordato in mille modi che la cultura è energia, slancio mentale che diventa potenza esistenziale, sfida all’opacità, al conformismo, all’inerzia. Questo è il vero lascito pasoliniano: ricordarci che nei versi, nei romanzi e nei film più sofferti passa un’elettricità capace di accendere pensieri e ore. Non c’è proprio niente di triste nell’opera di Pasolini, si potranno amare più o meno Ragazzi di vita, L’usignolo della chiesa Cattolica, Le ceneri di Gramsci, Teorema, ma non si potrà mai dimenticare la scossa intellettuale che deriva da ogni riga e ogni fotogramma. Oggi la cultura è luce della società dello spettacolo, per gli scrittori che arrivano sulla collinetta friabile del successo, oppure non è niente, uggia da malinconici inutili: così la percepiamo.

O soldi e red carpet o gran rottura di scatole. E invece, da Dante fino a Pasolini la cultura è sempre stata coraggio e rischio, intelligenza e sensibilità vibranti, luce assediata dall’oscurità. Questo bisogna insegnare ai nostri ragazzi, questo bisogna ricordare loro di continuo: chi penetra nelle profondità della mente, nei segreti della natura, nei bassifondi della società mette a repentaglio la sua vita intera sperando di trovare un briciolo di verità e di riportarla a tutti gli uomini. E’ un viaggio pericoloso che può finire, come spesso è accaduto, in un manicomio, in un carcere, in una soffitta desolata, in una esclusione totale.

Ma i veri artisti non si tirano indietro, moltiplicano la speranza, procedono fino al termine della notte. E ci lasciano in eredità tutta la loro energia, una potenza dalla quale possiamo ricavare forza e fiducia. Questa è la cultura, questo ci ha detto Pasolini: non bisogna avere paura, perché un viaggio consapevole e ispirato vale sempre la pena di essere fatto. Non c’è muffa, non c’è denaro: c’è solo la bellezza di vivere intensamente seguendo le lucciole del pensiero.