L'orizzonte

Babbo…babbo! Cosa c’è dietro il mare?

Musica: Trio op 100 (Schubert)

Si può raggiungere l’orizzonte?
La maestra dice che è impossibile. L’orizzonte si sposta e quando crediamo di averlo raggiunto è già da un’altra parte. Ci ha raccontato che la terra è rotonda, e tutto il mondo ruota, senza fine. Ma allora, se così fosse, saremmo sempre fermi, e non varrebbe mai la pena di fare un passo.

Babbo invece crede che raggiungere l’orizzonte sia una cosa possibile. Tu cerca, cerca, mi sussurra all’orecchio, quando nessuno ci ascolta, non stare mai fermo e vedrai che l’orizzonte, prima o poi, ti apparirà.
Io non sono piccolo, io non ci credo alle favole. Lo so che ha ragione babbo: l’orizzonte si può raggiungere, e ve lo dimostrerò.
Dite di no? Venite con me.

Sento il caldo e il freddo nelle mani, l’acqua scorre piano.
Da questo punto della città – il porto antico, con i suoi scalmi e le sue draglie – penso alla vita. Ho voglia di volare. Ho solo otto anni ma a volte già mi sento solo, o perduto: perché si affacciano le prime domande esistenziali, i primi tranelli della ragione a cui non so rispondere. Qual è la direzione, babbo? Dove dobbiamo andare?

E’ l’alba. La Sardegna è quasi calda, nell’aria tutto è primavera, e io sono in procinto di partire. Babbo ha preparato ogni cosa: i biglietti, lo zaino, le valigie più grandi. Sarò turista o viaggiatore? E quanto rimarrò lontano da casa? Ancora non lo so. Ma quando vedo il bastimento sento che tutto si può ancora compiere: il futuro è un progetto, un disegno che posso fare solo io.
Si inizia, e ogni inizio è una creazione. Rinasco. Dentro di me sento crescere un ritmo che mi rende felice. Mi staccherò dalla terraferma per diventare un puntino nel mare, lontano dal mondo, come un astronauta, come San Francesco o come Orfeo, che cercò per sempre – anche nell’oltremondo – la sua Euridice. Ogni partenza è un atto d’amore.
Ora stiamo volando sul mare, liberi e solitari, dentro questa lancia enorme e bianca che sembra una balena. Il cielo è azzurro e il mondo profuma di salsedine, di ruggine e di vento. Il punto di partenza si allontana, vado a cercare di nuovo un approdo. In acqua ho già visto Moby Dick, era luminosa e bellissima.
Spero solo di non vedere il Colombre.

Musica: Sinfonía Numero 5, Overture (Mahler)

Cala la sera. Davanti a me si accendono le luci di una città arcana. Poi arriva il porto, con il suo dolce fruscio di cordami. La nave si addormenta. Ecco Barcellona. Sembra ancora più grande di come l’avevo immaginata. Babbo mi ha detto che è qua che devo cercare. Da qui infatti, tantissimo tempo fa, partirono i miei avi, i miei tris-tris-trisavoli – che di cognome fanno Garay – seicento anni fa presero una nave e si imbarcarono verso la Sardegna per partecipare alla conquista spagnola. Alcuni approdarono a Cagliari, altri a Oristano, e poi si diffusero in tutta l’isola. Il più illustre di loro andò ancora più lontano. Si chiamava Giovanni, come mio nonno.
Juan Garay. Nel 1580 fondò Buenos Aires.

Anche io – per necessità e per destino – sono diventato un esploratore. Il mio viaggio è un viaggio nel tempo, alla ricerca delle mie origini. Perché, come dice il poeta, “finire è cominciare: la fine è là dove partiamo”. E io davvero non so più, adesso, se sono al punto di arrivo o al punto di partenza.
Ecco via Juan Garay. Da qui mossero i primi passi i piedi di chi mi ha preceduto, questa fu la mia casa, prima che quei piedi portassero altrove il padre del padre del padre di mio padre. E ancora più indietro. E’ questo l’orizzonte, babbo? Siamo forse tutti naufraghi, in questo spazio di tempo e di mondo?

Babbo dice che prima di nonno ci fu un nonno ancora più vecchio, che partì dall’Africa e approdò a Cagliari, più di duemila anni fa. Era un fenicio cartaginese. Così ho ripreso la nave: un battello ancora più grande e più misterioso, la cui scia luminosa e bluastra riempie il buio e apre il cuore alla speranza: anche di notte. Due giorni dura la traversata, luci e ombre sospese, cullate da tenere onde. Là in fondo ancora non si vede, ma io dentro di me lo scorgo: è il faro. Si affaccia sull’Oceano, immenso.

Musica: Sinfonía Numero 5, Adagietto (Mahler)

Che strano come Tangeri assomigli alla mia città. Con Cagliari ha molte cose in comune: il sole, la luce, l’atmosfera di festa e questo mare ciclopico, che abbraccia tutti, anche me: come la mamma. Mi sento fratello tra fratelli, qui. Nessuna differenza tra me e questi bambini che giocano per la strada come i miei amici di piazza San Sepolcro, nell’antico quartiere della Marina.
Poi succede qualcosa di strano, di magico.

Entro in un bar, nella piazza principale.
Lo noti anche tu?
E’identico a quel bistrot di quel film di Bernardo Bertolucci, che mamma vede e rivede in continuazione. La finestra è aperta, il sole inonda la stanza, il vento porta i profumi del mercato e un leggero odore di polvere. E lì, dietro un tavolino di vimini, appoggiato a una parete di cartapesta che avrà mille anni.
E’ un quadro dalla cornice nera, di legno di noce. Non ci crederai, ma è lì, io l’ho visto. Un quadro grande, imponente, che raffigura un bambino, in una città indefinita, sullo sfondo il mare.
Quando venne scattata? Non lo so. So soltanto che quel bambino… sono io…

E’ arrivato il momento, devo andare. Dove, ancora non ho capito: di sicuro devo salire su una nave, affrontare nuovamente un viaggio.
Perché noi bambini siamo così: sempre apparentemente sereni, e quieti, e silenziosi, e invece indomiti, combattuti, pronti a lanciarci a capofitto sulla vita come palle di cannone, ché dentro già brucia, sotto una soffice e candida cenere, il fuoco delle infinite possibilità perdute.
Partiamo dunque, insieme, senza paura: alla ricerca di qualcosa che ci parli di un nuovo orizzonte da esplorare; di mani che si uniscono, e nonostante le differenze si toccano e si riconoscono;
di quel posto che da sempre – ovunque esso sia – chiamiamo casa.

Musica: Che il Mediterraneo sia (Bennato)