Dimenticare la Costituzione in nome di una carriera, ecco cosa il governo non si dice sull'attacco alla Libia

«Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni». Questa è la formula del giuramento solenne di ogni militare.

Deporre un dittatore e organizzare una guerra contro di lui è un “affare” sporco che va trattato con estrema delicatezza e agli occhi dell'opinione pubblica deve essere fatto usando ogni mezzo, anche quello apparentemente lecito dell'ONU. Gheddafi è morto e la Libia è dilaniata da guerre intestine tra gli “ex” che ambiscono al potere, agli affari. Il 17 novembre 2011 il Ministro della difesa rispondendo ad alcune delle interrogazioni presentate dal radicale Maurizio Turco affermava che «La nostra azione militare in Libia, sin dal primo momento della crisi, non si discosta dal dettato della risoluzione 1973 in quanto è stata - e continua a essere - sempre indirizzata alla salvaguardia della vita della popolazione, un valore universalmente condiviso dalla comunità internazionale e da tutti gli italiani. I nostri assetti navali e aerei messi a disposizione nel quadro dell'operazione Unified Protector, sono stati impiegati - in un contesto di stretta cooperazione con alleati e partner NATO - in base a regole d'ingaggio concordate in ambito NATO e verso obiettivi militari. Confermo, ancora una volta, che l'impegno dell'Italia si è mantenuto entro i previsti parametri di attuazione nel rispetto del mandato di Unified Protector e delle pertinenti risoluzioni del consiglio di sicurezza dell'ONU».

Sono sempre stato convinto, assieme alla stragrande maggioranza degli italiani, che la partecipazione dell'Italia alla guerra libica contro Gheddafi sia stata una palese violazione dell'articolo 11 della Costituzione e proprio da questo portale ho rivolto delle domande al Presidente Napolitano che, ovviamente, non si è mai degnato di dare risposte. Non che me le aspettassi, in fin dei conti io sono solo un cittadino di questa Repubblica e nella logica dei potenti evidentemente conto meno che nulla. Eppure, leggendo le notizie di queste ore posso affermare con soddisfazione che “avevo ragione”. I bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. L'ammissione viene da una fonte particolarmente qualificata, lo stesso capo di stato maggiore dell'Aeronautica Militare, il generale Giuseppe Bernardis, che attribuisce questo deficit di comunicazione alla ''situazione critica di politica interna''. Lo dice solo oggi, in occasione della presentazione di un libro sulla guerra in Libia in cui ''è stata fatta un'attività intensissima che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell'Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C'erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo e' il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo''.

Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio - autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell'area di Misurata - sono state 456, solo considerando quelle di ''attacco al suolo contro obiettivi predeterminati'' (310) e quelle di ''neutralizzazione delle difese aeree nemiche'' (146), senza contare gli ''attacchi a obiettivi di opportunità'', il cui numero e' stato minore. L'unico rammarico che ho avuto - scrive il generale pentito nella prefazione del libro - è quello di non aver potuto, durante l'operazione, fornire all'opinione pubblica un resoconto puntuale del nostro operato, per evitare ogni possibile strumentalizzazione. Scrive inoltre che “Questo volume colma in parte quel vuoto”.

Secondo me, invece, aprirà la strada a una serie di inquietanti domande a cui prima o poi dovrà essere data una risposta e, parlando a braccio – come riportano le agenzie di stampa -, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna - ha detto Bernardis - si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c'era una situazione critica di politica interna”.

Secondo le fonti ufficiali la guerra contro la Libia è iniziata il 19 marzo ed è finita il 31 ottobre 2011. Dal 25 febbraio 2010 Bernardis è il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, e lo è ancora oggi. Dal lontano 1968, quando entrò in accademia, sono passati ben 44 anni e forse il significato di quelle parole “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi...” hanno perso ogni significato al cospetto degli interessi della politica: affari e carriera. Mi domando se i “cittadini italiani” siano ancora parte della Repubblica italiana e se il generale, dopo aver assecondato la “disinformatia” di regime, non ritenga di dover chiedere scusa al Paese e quindi, poi, togliere il disturbo andandosi a godere la sua sicuramente ricca pensione.