L'uomo giusto al posto giusto, al momento giusto (brevissima storia di arroganza, potere e prostrazione)

Dopo molti anni di preparazione finalmente 1° aprile 2009, davanti ai membri della Commissione Difesa della Camera dei deputati prende vita la “Revisione dello strumento militare nazionale”. Sembra il titolo di un ambizioso progetto ma in realtà era, ed è, uno spregiudicato piano organizzato per sostenere l'industria bellica nostrana. Pier Francesco Guarguaglini – all'epoca presidente e AD di Finmeccanica – formula ufficialmente la richiesta per l'avvio del più imponente piano di snellimento degli organici delle Forze armate. “... occorrerebbe elaborare una legge che consenta di finanziare adeguatamente il procurement, lo sviluppo di tecnologie e il mantenimento in servizio (incluso l'addestramento del personale), riducendo sensibilmente gli organici, sia civili che militari, delle Forze armate …”.

Nonostante la casualità della data non era uno scherzo. Il significato di quelle parole era chiaro: in un periodo di crisi economica occorre licenziare il personale per poter continuare a foraggiare l'industria bellica. Detto fatto. Il programma di riduzione degli organici è un progetto di Di Paola e già quando era capo di stato maggiore della difesa (Dal 10 marzo 2004 al 12 febbraio 2008), e ancora prima probabilmente, si parlava di esuberi del personale. Questo Monti non poteva non saperlo e quindi nominare l'ammiraglio Di Paola come Ministro della difesa non è stata una scelta casuale.

Appena insediato a Palazzo Baracchini di via XX settembre, l'ammiraglio ministro, ha messo i puntini sulle “i” iniziando, neanche tanto in sordina, l'attuazione del “suo” programma: una drastica riduzione di 50.000 uomini e donne rispetto ai modelli esistenti, non più sostenibili, a tutto vantaggio degli investimenti secondo una logica di "percentuali".

Riequilibrare le spese per accontentare gli appetiti dell'industria bellica nazionale e della partitocrazia. È questa la missione dell'ammiraglio? Il governo sopravvive a colpi di fiducia e le manovre fiscali spacciate per “spending review” e la legge di bilancio nel 2013 gonfieranno con 1.153 milioni di euro il portafoglio di Di Paola che si potrà permettere di comprare nuove armi e giocattolini tecnologici che poi resteranno comunque inutilizzati nei magazzini. Però avrà avuto il merito di aver avviato in più imponente processo di “revisione”, e di aver salvato comunque e sempre i privilegi dei generali (non a caso è un ammiraglio).

Una cura dimagrante? Una epurazione in nome degli affari e del profitto? Sicuramente si. Altro che quella "revisione e razionalizzazione" impegnativa e coraggiosa per il bene del paese perché è chiaro che l'affare, come si sta sviluppando, si sposa eccellentemente col "rigore e moralismi a senso unico":  quelli verso il basso. Verso chi non ha difese, come i militari, quelli dei gradi più bassi (e quindi tutti i cittadini). Ovviamente tutto questo prosegue sotto gli occhi vigili della solita e inutile rappresentanza militare (il sindacato giallo dei militari) che, tra un comunicato stampa e l'altro, infarciti di "faremo e diremo", al Ministro dice di non volergliene far passare neanche una ma poi, alla prova dei fatti – come avvenuto in un recente incontro (vedi il video) –, si mostra rassegnata alla sua assoluta inutilità. Subisce il disprezzo e si lascia trattare (volutamente o no) come una "pezza da piedi". 

Questo avviene nell'ambito della Difesa, uno tra i settori più importanti della pubblica amministrazione, e della società. Ma poi, a guardare bene, è molto facile rendersi conto che anche tutto il resto non è che stia meglio. Poveri militari e povero paese, che brutta fine. Tutti vittime consapevoli di spregiudicati faccendieri.