Il ministro della Difesa: tagli sì, ma senza urtare la sensibilità dei generali

Sulla riforma del modello di difesa si procede velocemente verso la resa dei conti. La prossima settima la Commissione difesa del Senato dovrà votare gli emendamenti presentati dai senatori per cercare - si spera - di rendere il testo voluto dal Ministro di Paola (ddl 3271), e quindi le Forze armate più utili al paese e meno agli affari dei generali. Il problema principale alla realizzazione degli interessi del paese, quello di avere un esercito sostenibile dal punto di vista economico, è il fatto che la Commissione senatoriale annovera tra i suoi componenti due generali. Uno di vecchio stampo, già direttore del SISMI dal 1991 al 1992, l'altro giovane e rampante ma sempre "generale". Tutti e due organici alla partitocrazia e questo lascia presagire che ogni buon tentativo di portare al traguardo una riforma del sistema militare, perché è di questo che si parla quando ci si riferisce al "modello di difesa", potrebbe miseramente affondare sotto i colpi dei generalissimi o impantanarsi tra veti e diktat imposti dagli affari dell'industria bellica nostrana.

Cioè sugli affari e gli interessi dei soliti personaggi che oggi indossano i gradi di generale e ma che domani, come molti dei loro predecessori, saranno pronti ad essere utilmente paracadutati nei consigli di amministrazione di qualche azienda o fondazione dalla solita partitocrazia. Leggendo le numerose proposte emendative come al solito quelle dei senatori radicali appaiono più rispondenti alle necessità reali del paese, dettate dal contenimento della spesa, dal rigore e da quell'equità che tutti annunciano ma nessuno chiede realmente. Tutti, tranne noi e i radicali che chiediamo l'abolizione dei privilegi l'unificazione delle Forze di polizia, eliminazione di disparità di trattamento tra gli appartenenti all'Arma dei carabinieri e altre cosette, tutte di estremo rilievo per le casse dello Stato come quella di far pagare gli stipendi dei preti militari alla chiesa.

Mentre i partiti, quelli soliti; quelli – per intenderci - che ora si preparano a cambiare maschera in vista delle prossime competizioni elettorali, si accordano sul tagliare ma non troppo, stando ben attenti a non urtare le sensibilità di questo o quel generale, ammiraglio o cappellano, ecco che il bell'addormentato si desta dal suo sonno e inizia a lanciare strani avvertimenti alla partitocrazia da cui dipende e pende, Il Cocer comincia ad applaudire e a piangere a comando secondo un copione che sa di muffa, di quella stantia prima repubblica che non è mai passata di moda e annuncia iniziative clamorose: forse faranno il giro della scrivania saltellando su un piede solo.  E, mentre il Cocer guidato da un manipolo di generali applaude e sbraita a comando lamentandosi della differenza di tagli imposti più ai generali che alla truppa, il Governo presenta un decreto che, di fatto, anticipa gli effetti della legge in discussione. Ma come al solito, a leggerlo bene, è un perfetto capolavoro di illusione e di cesello: tagli immaginari e privilegi reali, premia le lacrime di coccodrillo e salva i privilegi della casta "generalizia".

E siamo solo all'inizio di un percorso che dai roboanti annunci fatti dal Ministro della difesa, ammiraglio Di Paola, doveva essere epocale. Una revisione completa. Zac! Un taglio drastico e necessario all'inutile e al superfluo. E invece, come di solito accade in queste occasioni dopo il "piagni" di qua, e il  "fotti" di là, tutto resta come prima, o quasi. I privilegi e gli affari continueranno a esistere e a crescere e forse verranno rafforzati dai compari dei generali che siedono in Parlamento, mentre il solito caporale Gennarino Cacace, giovane militare proveniente da un paesino del mezzogiorno,  che poverino è abbandonato a se stesso e che da sempre è considerato merce pregiata in vista del mercato che precede le elezioni, l'allocco istituzionalizzato a cui promettere un bel concorso per volontari e magari una bella missione in Afghanistan con una bella dote di Hodgkin, probabilmente questa volta finirà di fare il precario e tornerà al suo paese credendo di aver servito lo Stato di cui invece sarà vittima inconsapevole.

Insomma, la tanto annunciata riforma dello strumento militare, necessaria e irrinunciabile per l'economia del paese e fortemente voluta per comprare nuove armi e spesare le guerre d'occupazione (c.d. missioni di pace) è appena iniziata, ma già si sta rivelando la solita toppa malmessa.  Nei giorni scorsi l'annuncio di una prima riduzione del personale: dal modello a 190mila militari si passa a 170mila. E quindi il profano potrebbe anche pensare "cazzo! Ma allora questi fanno sul serio! 20.000 militari in meno è un buon inizio per arrivare ai 150mila promessi. È sicuramente un notevole risparmio ....".

Un'illusione. Un taglio che, invece, nella realtà, riguarderà solo 8,571 militari e forse meno se consideriamo i pensionamenti, perché i numeri scritti negli atti parlamentari ci rivelano che di militari in Italia ce ne sono 178.571, e la maggior parte di loro è compresa in una fascia di età che va dai 40 ai 50 anni. Ora provate a immaginare il giovane caporale che viene mandato a casa per mancanza di fondi necessari a stabilizzare la sua posizione lavorativa di precariato mentre i generali ultra sessantenni si dilettano a giocare alla guerra con personale vecchio e demotivato, ma con tanti armamenti come se dovessero fare la guerra all'intero mondo. Questo è il risultato che gli italiani si dovranno aspettare dalla riforma del modello di difesa se si continuerà a far prevalere il "piangi e fotti" di Stato.