Prorogato il termine per l'esercizio della delega per la riorganizzazione della Croce Rossa: povera Costituzione

Lo scorso 9 agosto sulla Gazzetta Ufficiale n. 185 è stato pubblicato il testo della legge 7 agosto 2012, n. 131, di conversione in legge del decreto legge 79/2012 che, al comma 2 dell'articolo 1, proroga il termine per l'esercizio della delega per la riorganizzazione della Croce Rossa. Il decreto legge originario riguardava dei provvedimenti ritenuti urgenti per il Corpo dei vigili del fuoco ma nel corso dell'iter parlamentare ha raccolto una lunga serie di “esigenze” della partitocrazia che, a prescindere dalla loro estraneità alla materia oggetto della decretazione d'urgenza, sembrano essere solamente il pagamento di volgari mazzette”.

La norma sulla "Croce rossa italiana”, inserita al Senato con un emendamento del senatore Ceccanti (PD), è palesemente estranea alla materia oggetto della decretazione d'urgenza, e ha prorogato un termine già scaduto. Di questo avevo già scritto in un precedente articolo, così come in passato ho scritto più volte sulle stranezze della Croce rossa. Avevo anche scritto della scelta imposta a Giorgio dalla partitocrazia, cioè “se essere coerente con i propri richiami alla legalità oppure assecondare ancora una volta gli interessi della partitocrazia e le sue norme illegittime, con buona pace della Costituzione”. La promulgazione della Legge 131 mi conferma che l'Italia e gli Italiani non hanno più nessuna difesa contro le continue violazioni dello stato di diritto e dei diritti, che ormai è paragonabile a quello del ventennio fascista. 

E' quindi lecito domandare se il Presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano già presidente della Camera dei deputati nell'XI Legislatura - subentrando nel 1992 a Oscar Luigi Scalfaro, salito al Quirinale - e ministro dell'Interno nel Governo Prodi I, nonché deputato dal 1953 al 1996 e senatore a vita dal 2005 - nominato da Carlo Azeglio Ciampi - fino alla sua elezione alla prima carica della Repubblica) nel momento di esercitare una delle sue due prerogative possibili in questo caso, scegliendo quella della promulgazione della legge, abbia forse e inspiegabilmente dimenticato la sua ultima lettera dello scorso 23 febbraio ai Presidenti del Parlamento con la quale li ha richiamati alla più scrupolosa osservanza dei principi costituzionali in merito all'ammissibilità degli emendamenti ai decreti legge.

Se così fosse allora è chiaro che il problema non è solo di natura istituzionale e quindi – probabilmente sollecitata proprio dai dipendenti della Croce rossa - toccherà nuovamente alla Corte Costituzionale dover ripristinare la legalità violata come ha già fatto in occasione della pronuncia della Sentenza n. 22 del 16 febbraio 2012. Già leggendo la sentenza della Corte Costituzionale è immediatamente evidente che Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica avrebbe potuto, e dovuto, chiedere alle Camere una nuova deliberazione e in questo caso il Parlamento avrebbe avuto tutto il tempo di riesaminare il testo censurato, considerando che il termine di 60 giorni per la conversione del decreto legge in legge sarebbe scaduto il prossimo 20 agosto.

Forse il periodo in cui il giovane Giorgio ha militato nel GUF (gruppo universitario fascista) ha inciso sul suo modo essere il garante della Costituzione, interpretandola. Una cosa è certa: questa poteva essere una buona occasione per dimostrare che la Costituzione viene prima degli interessi della partitocrazia (e delle loro ferie).