F-35: Di Paola inverte la rotta sulla revisione del programma, ma dimentica l'impegno del Governo

Ho appena finito di leggere un'intervista sul caccia multiruolo d'attacco F-35 che il bravo giornalista Vincenzo Nigro ha fatto all'ammiraglio-ministro Di Paola, pubblicata sull'edizione domenicale del quotidiano "la Repubblica". Direi che se non avessi letto gli atti parlamentari che hanno permesso al governo di autorizzare lo scellerato "Programma pluriennale di A/R n. SMD 02/2009, relativo all'acquisizione del sistema d'arma Joint Strike Fighter e realizzazione dell'associata linea FACO/MRO&U" il cui costo, al cambio EUR/USD del 31 ottobre 2008 era stimato in 17.363 milioni di dollari, potrei pure pensare che Di Paola potrebbe anche avere ragione. Ma non è così.

Non solo ogni giorno emergono nuovi elementi che smentiscono in modo clamoroso le affermazioni, a volte molto fantasiose, che i diretti interessati all'affare continuano a propinare agli italiani per sostenere quello che ormai appare chiaramente insostenibile, cioè la spesa economica a fronte dei vantaggi (nelle relazioni parlamentari della Commissione difesa della Camera del 29 marzo 2009 si legge della nascita di migliaia di posti di lavoro e di incremento di 450 milioni di euro del PIL nel periodo 2009-2025.), ma la realtà della crisi economica in cui siamo sprofondati non lascia alcuna via di scampo all'obbligata revisione a 360° della spesa militare, che oltretutto è adesso un preciso impegno del Governo recentemente assunto  con l'accoglimento di un ordine del giorno del deputato radicale Matteo Mecacci. Atto d'indirizzo politico del quale nessun giornalista sembra volersi ricordare nelle molte interviste rivolte al ministro Di Paola.

Se nei giorni scorsi la frase "non ci sono vacche sacre" pronunciata dal Ministro Di Paola aveva rassicurato il fronte degli oppositori all'enorme spesa militare, che avevano visto in quelle parole un momento di serietà e coerenza con le linee di rigore annunciate dal Presidente del Consiglio, oggi leggendo quell'articolo sembra vi sia stata una improvvisa inversione di marcia che non lascia presagire nulla di buono.

A questo punto mi sembra logico domandare al Ministro se alla fine dei bei discorsi fatti la revisione delle spese militari, in  base alla scarsissima sostenibilità economica che potrà offrire il Paese, riguarderà soltanto la componente delle spese per il personale? Qualche tempo fa avevo scritto che in poco più di tre anni e mezzo sono stati impegnati (spesi) circa 19 miliardi di euro in armamenti per finanziare i 31 programmi pluriennali che sono stati avviati a partire dal 2008 e fino allo scorso mese di ottobre 2011, e sono tutte spese che peseranno sulle tasche dei contribuenti fino al 2026 per acquistare armamenti che poi rischieranno di rimanere inutilizzati per mancanza delle risorse da destinare alla manutenzione e all'addestramento del personale delle Forze armate, e forse anche del personale stesso che subirà pesanti – ma necessari - tagli numerici.

Ma torniamo per un momento agli atti messi a disposizione del Parlamento dal Ministero della Difesa per convincere le Commissioni competenti della bontà e della necessità di approvare il programma di spesa. Molti potrebbero pensare che i parlamentari che in quella riunione, e in quelle del 7 e 8 aprile successivi, avessero una cognizione ampia e del programma che di lì a poco avrebbero autorizzato, avendone discusso complessivamente per ben 140 minuti ma nella "nota illustrativa" del programma JSF, così come nell'"Atto di Governo n. 65", a un certo punto, si legge che "Risulta ancora in corso di definizione la partecipazione industriale per le fasi di supporto logistico e sviluppo successivo, per le quali si prevede un sensibile volume di opportunità "visibili" e "finalizzate" definibili solo a valle della decisione nazionale sul proseguo del programma".

Adesso ogni lettore può fare le sue considerazioni ma sinceramente mi sembra che, come in tante altre occasioni, quei parlamentari abbiano deciso senza avere nessuna cognizione di causa e quello che è più grave che queste loro decisioni sembrano essere basate più sulle "opportunità "visibili" e "finalizzate"" che sulla reale necessità di dotare le Forze armate di uno strumento per la difesa del Paese. Insomma sembra proprio che gli "affari" abbiano mosso le decisioni dei parlamentari e non vorrei che allora anche il tecnico ammiraglio-ministro della difesa si sia adeguato ed abbia improvvisamente deciso di invertire la rotta per seguire la medesima logica.

I movimenti di opinione contrari alla "spesa militare" si sono ampliati con l'enorme consenso popolare e sono stati tutti più o meno chiari e concordi nell'affermare la necessità di una necessaria e drastica riduzione le spese dello strumento militare in base alle reali possibilità di spesa tagliando, primo fra tutti, il più costoso programma pluriennale per l'acquisto dei 131 inutili caccia multiruolo d'attacco JSF.