Lettera aperta al Presidente della Repubblica: perché in Libia abbiamo sostenuto la mano di Abele?

Questa è la domanda che vorrei rivolgere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo aver letto un’agenzia del 19 dicembre 2011: ha dato notizia delle dichiarazioni del Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, ammiraglio della nostra Marina militare elevato al rango di “ministro tecnico”, rilasciate nel corso della trasmissione televisiva “Otto e mezzo” in onda su La7.

Caro Giorgio, caro compagno,

mi permetto di darti del “tu” visto che sei il mio “Presidente”, anche se so che etichetta e protocollo vorrebbero che non usassi queste licenze letterarie per rivolgermi alla più alta carica dello Stato; ma tu, come me, sei un cittadino di questa Repubblica, il primo cittadino. Tu Presidente, sei colui che ha anche il tremendo onere, ma anche l’onore, di essere il garante della Costituzione, di quella carta dei doveri e dei diritti che i Padri Costituenti vollero donare all’Italia unita, libera, democratica  e repubblicana. Costituzione che ritengo essere stata brutalmente violata nello stesso momento in cui il primo aereo italiano ha sganciato la sua prima bomba su una postazione dell’esercito regolare libico.

Non me ne volere di questo mio modo di rivolgermi a te fuori dagli schemi e, se puoi, rassicura me e tutti coloro che condivideranno queste mie poche parole sui fatti di cui il nostro Paese si è reso protagonista e forse anche responsabile. Lo scorso 30 giugno, dopo aver letto le dichiarazioni di alcuni esponenti del Cnt libico (Libia: ministro Cnt, pronto commando per assassinare Gheddafi) volli lanciare un appello, tramite questo stesso portale web, invitandoti a far valere la tua autorevolezza per fermare lo scempio di legalità che in quei giorni si stava consumando sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario perseguito, a danno della nostra Costituzione, con l’azione militare dei nostri soldati sul territorio libico; non come forza d’interposizione pacifica ma come alleato di una parte belligerante in guerra contro l’altra.

I media ci hanno raccontato di stupri, omicidi; barbarie di ogni tipo che la comunità internazionale aveva deciso di fermare ad ogni costo. In quella tragedia, però, i buoni propositi di soccorrere i più deboli sono ben presto naufragati agli occhi della comunità internazionale e gli interessi economici occidental, hanno cancellato le atrocità di una guerra che a noi non è mai stata dichiarata. Asettici e stereotipati comunicati del Ministero della Difesa ci hanno elencato il numero delle missioni di bombardamento che i nostri aerei hanno eseguito di settimana in settimana, fin dai primi giorni sulle postazioni nemiche; e le nostre bombe certamente non sono state migliori o più intelligenti di quelle dell’esercito leale al leader libico Gheddafi, non hanno fatto distinzione tra uomini in armi e civili uccidendo entrambi. La morte dei civili è stata giustificata come la spiacevole conseguenza dell’avvento della democrazia in una “primavera araba” che oggi sembra essere già sfiorita.

Caro Presidente, il 20 ottobre Gheddafi è stato brutalmente assassinato dopo essere stato catturato e nonostante contro di lui vi fosse un mandato internazionale di cattura la sua morte non è stata impedita. Poteva e doveva essere processato per i suoi crimini. Ieri il Ministro della difesa Giampaolo Di Paola ha dichiarato che "A uccidere Gheddafi sono stati i libici, almeno secondo le mie informazioni, i suoi concittadini". Un’affermazione tremenda che se non smentita rende palese la responsabilità del Governo italiano che ha sostenuto - e forse armato - quella mano assassina.

Il Ministro della difesa in merito agli interessi italiani in Libia ha anche affermato che "è ovvio che l'Italia abbia interesse a che la Libia evolva verso un Paese stabile e democratico, dunque verso la sicurezza e lo sviluppo.”, e che “E' quindi giusto che il nostro Paese si impegni a dare un contributo laddove il popolo libico lo richieda". E' legittimo allora ritenere queste dichiarazioni come la conferma dello scopo economico, e non umanitario, dell’intervento italiano in Libia? Frasi che non sollevano il Governo italiano dalla responsabilità di non aver saputo – o voluto - impedire a coloro che avevano lottato per i propri ideali di libertà, trovando nelle proprie ragioni il conforto della comunità internazionale, di giungere poi ad uccidere il leader della parte avversa divenendo quindi essi stessi ciò che fino a quel momento avevano combattuto.

Non ho mai avuto alcuna simpatia per i dittatori, tanto meno per quello libico e sinceramente provai un certo imbarazzo nel momento in cui il capo del precedente Governo gli offri onori militari e genuflessioni. Ma la domanda a cui vorrei che tu rispondessi caro Presidente degli Italiani è: perché abbiamo aiutato Abele ad uccidere Caino?