Le regole della "casta" dei militari e il reato non scritto, ovvero quelli dell’usi obbedir tacendo e tacendo morir

Ho sempre sostenuto, con forza e spesso in totale solitudine, che ai militari devono essere garantiti gli stessi diritti e le stesse prerogative di cui godono gli altri cittadini, con particolare riguardo a quelli associativi e sindacali perché quando questi vengono a mancare il vuoto che lasciano può essere facile preda di possibili deviazioni. Lo scorso anno quel vuoto ha rischiato di essere pericolosamente colmato quando il presidente della sezione Cocer dei carabinieri – l’organismo che di regola dovrebbe essere il soggetto deputato a tutelare gli interessi dei militari dell’Arma - nella sua veste di comandante del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche (RACIS) ha inteso avviare un severo provvedimento disciplinare nei confronti di un capitano – suo dipendente –  colpevole di essersi rivolto a un maresciallo di un Consiglio intermedio della rappresentanza dei carabinieri lamentandosi di alcune situazioni di disagio.

Emanuele Paniz, questo è il nome del capitano incriminato. Aveva semplicemente inviato dei messaggi di posta elettronica a un maresciallo, tale Berti, membro di un organismo intermedio della rappresentanza militare (i militari non hanno organizzazioni sindacali) rappresentandogli delle situazioni di disagio e chiedendo consiglio su come affrontarle. Uno scambio di messaggi di posta elettronica del tutto privato. Il maresciallo, forse in buona fede, aveva pensato di cavalcare il malessere espressogli dall’ufficiale. Un ufficiale che si lamenta nell’Arma è un fatto raro perché loro sono quelli dell’usi obbedir tacendo e tacendo morir, e in un Consiglio della rappresentanza militare (Coir), dove le regole permettono generalmente di parlare solo del sesso degli angeli, il caso di un ufficiale che lamenta disagi poteva certamente rappresentare una buona carta da giocare per far sapere ai vari colonnelli e generali – come se già  non lo sapessero - il preoccupante livello di malessere che pervade la benemerita; e magari perché no, per fare pure una bella figura con i colleghi.

I vertici dell’Arma non l’hanno pensata come il milite; evidentemente per loro quell’ufficiale “anomalo” poteva diventare un serio pericolo e quindi doveva essere eliminato immediatamente e con ogni mezzo, anche se poco lecito: bisognava attuare una repressione capace di stroncare sul nascere ogni possibile dissenso. Peccato per l’Arma che di lì a poco una interrogazione parlamentare avrebbe  immediatamente “stoppato” gli ordini di scuderia e così il perverso piano del generale presidente del Cocer fù inesarabilmente destinato al fallimento. In questo caso al generale non rimase altro che fare una clamorosa retromarcia chiudendo il procedimento disciplinare senza adottare provvedimenti di sorta nei confronti dell’ufficiale incolpato, ma chissà quante altre volte l’arroganza e l’illegalità hanno avuto ragione sul diritto e sui diritti: sicuramente molte, anzi troppe per i miei gusti.

In quell’interrogazione parlamentare (n. 4-08494) – una delle tante sul tema dei diritti – presentata dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm), si legge che «la vicenda rappresenta una grave minaccia al diritto inalienabile della libertà di pensiero e di espressione, della riservatezza della corrispondenza e di tutte quelle libertà fondamentali della persona che la Repubblica deve garantire e tutelare da possibili eversioni che ne minino il libero esercizio e finanche l'esistenza». Se per i militari è legittimo – e fondamentale per la loro stessa sopravvivenza come strumento democratico al servizio del Paese - domandarsi se la rappresentanza militare sia ancora uno strumento valido per la loro tutela, per quanto blando e insignificante, oppure se sia diventato un mezzo capace per reprimere e controllare ogni possibile forma di pensiero o espressione, dall’altro, anche per dare una risposta a chi legge, basta osservare l’inquietante crescendo della repressione dei diritti che viene sistematicamente attuata nei confronti degli stessi militari.

Repressione che ovviamente avviene nella totale indifferenza dei membri degli Organismi della rappresentanza militare che sotto il regime imposto dall’ex ministro della difesa La Russa hanno scelto di mantenere una linea di condotta rigidamente asservita al vertice politico e militare (nel gergo militaresco: posizione da zerbino). A mio avviso, ma anche di chi ha presentato l’interrogazione parlamentare e quindi di una moltitudine di militari appartenenti ai ruoli più bassi della scala gerarchica, le condotte contestate al quel capitano non sono sanzionabili non essendo queste previste dal regolamento come fatti disciplinarmente rilevanti, anzi si è ravvisata chiaramente la precisa volontà di sanzionare e colpire duramente un ufficiale per il solo fatto che questo ha avuto l'umiltà e il coraggio di chiedere consigli ad un inferiore di grado non avendo evidentemente trovato ascolto e comprensione dai propri superiori gerarchici.

Eppure, se per la legge tutti i messaggi di posta elettronica sono assimilabili alla corrispondenza epistolare e quindi tutelati non solo dall'articolo 616 del codice penale, ma anche e soprattutto dall'articolo 15 della Costituzione (varrà pure qualcosa?), non lo sono per il Ministro della difesa che nel rispondere a quella interrogazione, evidentemente dietro suggerimento del vertice dell’Arma, ha ben pensato di dichiarare che non solo l’attività disciplinare si è svolta nel più rigoroso rispetto della normativa in materia e non ha riguardato lamentele dell'ufficiale in merito a situazioni di disagio o richieste di consigli e chiarimenti ad inferiore di grado, ma che non sono emerse violazioni di carattere penale.

Sono convinto che se la questione avesse riguardato le lamentele di un carabiniere semplice o di un maresciallo il generale non si sarebbe scomodato e le gerarchie non avrebbero inventato un procedimento disciplinare, tanto inutile quanto costoso in termini di credibilità dell’Arma. Certo è che, leggendo la risposta data da La Russa, la violazione della corrispondenza privata non è più un reato. Mi è venuto il forte dubbio che forse, quel capitano, rivolgendosi a un suo inferiore di grado abbia  commesso lui un reato più grave: ha violato le regole della casta, quella degli ufficiali.

Anche questa è l’Italia che non voglio.

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