Ma che bel fine settimana senza le partite di pallone

Sinceramente di “calcio” non mi sono mai interessato. Non sono un tifoso e faccio parte di quella minoranza che il lunedì sentendo i commenti da esperti allenatori dei colleghi sulle partite della domenica, si domanda ogni volta come facciano a essere cosi distanti dai problemi del vivere quotidiano, come quello di riuscire a superare la terza settima del mese o quello di non riuscire a pagare sempre con puntualità qualche bolletta o le rate del mutuo.  

I fatti di questi giorni hanno ampiamente dimostrato come la maggioranza degli italiani sia totalmente “pallone” dipendente, come in una sorta di assuefazione, che se manca, oltre all’inevitabile polemica, c’è perfino chi arriva a definire “una cosa gravissima la domenica senza partite”. E che sarà mai una domenica senza le solite partite di pallone?!

Se ai lavoratori di qualsiasi altra categoria fosse vietato di scioperare per difendere i loro diritti sarebbe il caos. E allora perché i calciatori non devono scioperare? Qualcuno potrebbe anche obiettare “perché sono strapagati, perche i tifosi hanno fatto gli abbonamenti, e così via dicendo…” ma a questi, ironicamente, potrei rispondere che in Italia ci sono molte altre categorie di lavoratori strapagati e che, a differenza dei calciatori che in fin dei conti non fanno nulla di male, producono poco e quel poco che fanno è deleterio per il paese.

Che i calciatori siano strapagati e che qualcuno ritenga che sia un loro dovere scendere in campo è una questione di scarso interesse e sulla quale non ritengo di dover scrivere nulla, ma che anche loro come categoria di lavoratori abbiano il diritto di protestare questo è fuori da ogni dubbio. È un loro sacrosanto diritto e questa giornata di “relax” che ci hanno voluto regalare è l’occasione, forse irripetibile, che deve essere sfruttate al massimo dal “popolo dei tifosi” per riflettere su tutto il resto e magari discutere con gli amici del bar dello sporto di quella “politica” che sta portando l’Italia verso il baratro di una crisi senza precedenti.

Una domenica, e poi un’intera settimana senza discussioni “calcistiche” che i “tifosi” potrebbero dedicare per guardarsi intorno e forse, e con molta sorpresa per alcuni – molti -, per rendersi conto che mentre ci s’impegnava a commentare le partite e le decisioni di questo o quell’allenatore, sulla compravendita milionaria dei giocatori e quanto altro ruota attorno al mondo del pallone, tutto il resto del paese stava andando verso il fallimento.

Una domenica senza “pallone” potrebbe essere un pericolo per le coscienze che potrebbero risvegliarsi da quel torpore istituzionalizzato indotto dalle partite della domenica; e pensate un po’ cosa potrebbe accadere: milioni di persone che cominciano a domandarsi non più perché il giocatore Tizio o Caio non hanno segnato, ma invece perché dopo anni passati a dire che la crisi l’abbiamo superata e che l’economia italiana è forte ora Berlusconi e i suoi tirapiedi di governo  ci vengono a dire che l’Europa ci impone una manovra correttiva, la terza in appena un anno  (luglio 2010 – agosto 2011), la seconda  negli ultimi due mesi.

 Una settimana per accorgersi che oltre le vicende del “calcio” e delle squadre del cuore esiste anche altro come le garanzie e il rispetto dei diritti di ogni lavoratore, che a due passi dall’Italia un paese devastato dalla guerra per il petrolio è sprofondato nel caos più assoluto mentre i governi europei fra cui quello italiano si sfregano le mani nell’attesa di fare affari con la fazione vincitrice.

Il gioco del “pallone” ormai si è ridotto ad essere lui l’attore principale nella questione sociale, una sorta di panacea per i mali. C’è la partita e tutto il resto passa in secondo piano, anche se il paese crolla sotto il peso della crisi.