La Pinotti non sa quanto è costata l'avventura indiana di Latorre e Girone? È un bell'esempio di negligenza istituzionale.

Chi non s'è mai domandato quanto ci sia costata fino ad oggi l'avventura indiana di Latorre e Girone, i due fucilieri della Marina militare accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiandoli per pirati mentre svolgevano il loro servizio di protezione a bordo della petroliera Enrica Lexie in navigazione a largo delle coste del Kerala il 15 febbraio del 2012, alzi la mano.

Io l'ho fatto molte volte però, ultimamente avevo quasi rinunciato a voler conoscere quanto è costata ai contribuenti la  cialtroneria politica e istituzionale che è alla base di tutta questa brutta storia quando, inaspettatamente, lo scorso 30 maggio è stata proprio la ministra Pinotti, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, a farmi ritornare quella irrefrenabile voglia di conoscere i costi realmente sostenuti fino ad oggi. Infatti, la Pinotti, con un fare per nulla imbarazzato, ha detto: "Non conosco la cifra esatta delle spese sostenute per l'intera vicenda, ma posso dire che abbiamo cercato di avere i migliori avvocati e abbiamo sempre cercato di ovviare alle necessità delle famiglie".

Sicuramente mi vorrà perdonare la bravissima Lilli Gruber se mi permetto di rimproverarla pubblicamente per non aver detto nulla dopo l'eclatante rivelazione che ha offerto a milioni di telespettatori l'ennesimo bell'esempio di negligenza istituzionale ma, intanto, spero che qualche parlamentare di buon senso chiami la disinformata ministra della difesa a rispondere quanto prima alla domanda: “Ministra, quanto è costata realmente agli italiani l'inettitudine delle istituzioni e dei vertici militari che hanno gestito la vicenda che ha coinvolto i fucilieri della Marina militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone?”.

Mentre aspetto fiducioso la risposta che la Pinotti dovrà necessariamente dare, se non a me che sono un semplice cittadino che gli paga lo stipendio, sicuramente a qualche parlamentare dallo spiccato senso civico e dall'innata voglia di trasparenza (ora come ora mi vengono in mente solo quelli del M5S), vorrei fare una breve riflessione sul ritorno di Salvatore Girone in Italia dove, tra lo squillar di tromboni e di twitter, tra baci, abbracci e strette di mani di chiara e pelosa circostanza, l'unica cosa vera è stata l'accoglienza che gli hanno riservato i suoi familiari.

Tranne qualche brevissimo accenno, i mezzi di informazione, hanno ignorato il vero motivo che ha consentito il rientro del marò in Italia: la questione umanitaria. Il Tribunale arbitrale l'ha accolta quell'unico e fondato motivo utile a sostenere la richiesta della misura cautelare avanzata dal governo italiano ma che, a ben ricordare, già il Presidente del Comitato internazionale della croce rossa (Cicr), Peter Maurer, aveva messo nero su bianco lo scorso 8 luglio 2014, quando aveva dichiarato al governo italiano la sua piena disponibilità a trattare la questione e aveva chiesto di informarne i due militari e le loro famiglie. Il resto è aria fritta.

Ora i tanti trombonisti dell'armiamoci e partite (per andarcelo a riprendere) non hanno più nulla da fare o da dire, se non attendere pazientemente l'epilogo del giudizio arbitrale mentre, ai più attenti, non sono certamente sfuggiti i tentativi di becera propaganda montati ad arte da quelli del partito della santificazione a tutti i costi e dello facciamoli sfilare alla parata militare del 2 giugno.

Fino a quando la parola fine non calerà definitivamente su questa triste storia non va dimenticato che furono proprio i novelli santificatori di oggi a braccetto con quelli che si beano di questo risultato, momentaneo e pur sempre tardivo e non definitivo, ad approvare la norma ad hoc che permise agli armatori di poter affittare a prezzi stracciati i nostri militari per proteggere i loro interessi economici e commerciali. Oppure vogliamo far finta di nulla anche su questo fronte? Per come la vedo io Latorre, ma ancora di più Girone, sono solo due vittime della squallida vicenda di interessi personali di politicanti e faccendieri, di grandi affari, di mazzette e di una deprecabile cialtroneria istituzionale.

Se il lodo arbitrale dovesse risolversi a favore degli indiani dovremmo nuovamente assistere alle levate di scudi dei prodi guerrieri della tastiera e dello smartphone, di Facebook e di Twitter, o di quelli che dagli scranni parlamentari torneranno a tuonare contro un inesistente nemico (col nemico non fai affari e non gli vendi armamenti). Speriamo che almeno ci risparmino l'invasione ai margini dei social coi loro proclami camerateschi della serie: All'armi all'armi, armiamoci e partite.

Invero, caro lettore, la parte più interessante della storia sarà il caso opposto. Se i giudici dell'arbitrato decideranno che la giurisdizione è del nostro paese allora potremmo finalmente assistere ad un bel processo all'italiana, forse, anche al repentino scoprirsi di altari e altarini e agli altrettanti repentini tentativi di nasconderli, alla rivelazione di quei segreti fino ad oggi inconfessabili a causa dell'attuale posizione dei principali attori (faccendieri, industriali, politicanti e ammiragli e chi più ne ha più ne metta) e dei loro interessi ancora pendenti. Insomma, anche solo per questa ragione dovremo augurarci che il processo si svolga in Italia.