Legge sulle missioni militari, resa legale la giungla dello stato di eccezione

Lo scorso 16 marzo la Commissione Difesa della Camera ha iniziato l'esame in seconda lettura del disegno di legge sulle "Disposizioni concernenti la partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali" già approvato, in un testo unificato, dalla Assemblea della Camera e modificato dal Senato. In questo periodo le notizie sull'imminente partenza di una spedizione militare italiana in Libia si alternano continuamente alle laconiche smentite dei ministri dell'Interno e della Difesa, Gentiloni e Pinotti - che seguono quelle del titubante Matteo Renzi – e richiamano l'attenzione sul disegno di legge che, se approvato, disciplinerà tutte le missioni delle Forze armate fuori dai confini nazionali.

Mentre i militari italiani continuano ad addestrarsi nei poligoni della Sardegna e nei campi di addestramento, sparsi per la penisola, abbiamo rivolto qualche domanda a Michele Piras, membro della Commissione Difesa della Camera.

Piras, il Senato ha approvato il testo della legge sulle missioni internazionali che ora torna alla Camera. Vi soddisfa? "Avevamo presentato, noi per primi, una proposta di legge che regolamentasse la questione delle nostre missioni internazionali, diventata una vera e propria giungla, nel senso del pieno rispetto dell'art.11 della nostra Costituzione e delle prerogative del parlamento. Il testo uscito dalla Camera e peggiorato al Senato è irricevibile. Innanzitutto perché non produce altro effetto che fotografare la situazione esistente. Ovvero rende legale la giungla dello stato di eccezione. Si pensi solo che (ad oggi) la pubblicazione del nuovo decreto è in ritardo di oltre due mesi, che ancora non si sa cosa conterrà per la Libia, per l'Irak, per la Siria e che proseguono missioni internazionali ormai storiche senza copertura finanziaria formale e senza alcuna discussione intorno a risultati e costi".

Il Governo potrà agire anche col parere contrario delle Commissioni parlamentari. Quale è i rischio concreto? «Il Parlamento non ha voce in capitolo e il parere delle Commissioni, meramente consultivo, diverrà un banale esercizio dialettico. Il rischio è il definitivo svuotamento della democrazia parlamentare, la assoluta prevalenza dell'esecutivo su decisioni importantissime, la rappresentanza democratica ridotta ad ancella delle decisioni del governo, la concreta impraticabilità di un controllo democratico sulle missioni internazionali.».

Al Copasir ci saranno due poltrone in più. Sono proprio necessarie oppure servono per accontentare qualcuno? «Lo considero un fatto non realmente rilevante. Il nodo è se il Copasir esercita un effettivo controllo sui Servizi oppure no. E spesso a me pare che più che controllare tenda a rispondere. Ma magari è solo una mia impressione.».

Il Presidente Renzi ha fatto una decisa retromarcia sull'intervento militare in Libia. E' cambiato qualche cosa o è una tattica diversiva? «Il premier ha ben chiari i sondaggi, secondo i quali l'80% degli italiani è contrario, e il rischio che un intervento sul terreno restituisca agli italiani le bare dei nostri militari, nuove onde di umanità che fugge dalla guerra, il rischio che la guerra rafforzi Isis invece che sconfiggerla. Io considero l'intervento militare in Libia un errore madornale.».

Un aggettivo per definire la capacità bellica delle nostre forze armate? «Insufficiente. Se si parla ancora di Libia ci terrei a segnalare la presenza sul campo di 200 mila persone armate. Due eserciti, bande di predoni, irregolari e mercenari, l'Isis che si sta rafforzando e attacca dentro il confine tunisino e recluta nuovi combattenti attraverso una massa enorme di risorse finanziarie. Mi pare che ipotizzare la presenza di 5000 uomini in questo contesto sia un proponimento che si commenta da se.».

 A chi consegnerebbe il premio "ambiguità"? «A tutto il governo. Abbiamo subito l'iniziativa francese sui nostri interessi petroliferi e non diciamo a Hollande mezza parola. L'inviato dell'Onu Bernardino Leon lavora per mesi all'obiettivo esattamente opposto rispetto alla mission assegnatagli, fa capolino la Francia, e noi zitti. Come fossimo di fronte a un caso di schizofrenia si inseguono le dichiarazioni con l'elmetto della ministra Pinotti e quelle più prudenti di Gentiloni. La verità è che non abbiamo uno straccio di idea su come contribuire - con un ruolo non subalterno - a stabilizzare la Libia e a costruire uni Stato e uno sbocco democratico, altrimenti avremmo proposto noi di ospitare in Italia una conferenza di pace che coinvolga tutti gli attori in campo (europei e regionali) o avanzato una strategia per salvaguardare l'unica democrazia sopravvissuta al ripiegamento delle primavere arabe, cioè la Tunisia, dalla penetrazione jihadista.».