La Difesa è inadempiente: Giuseppe Franchini dopo 27 anni ancora attende giustizia dal Presidente della Repubblica.

Sergio Mattarella

Qualunque sarà l'esito del ricorso straordinario presentato dal Sig. Giuseppe Franchini nel lontano 1988 sarebbe sicuramente interessante poter conoscere anche il pensiero del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, quando sarà chiamato a firmare il decreto decisorio, di accoglimento o rigetto, ricordando di essere stato un giudice della Corte costituzionale, non potrà non rilevare il tremendo ritardo con cui lo Stato avrà risposto alla richiesta di giustizia di un cittadino italiano e chissà se al d.P.R. vorrà aggiungere anche una sua personale lettera di scuse. In fin dei conti si tratta pur sempre di una domanda di giustizia rivolta al Presidente della Repubblica oltre 27 anni fa.

La prospettiva di vedersi spuntare i capelli bianchi prima di riuscire ad avere l'agoniata sentenza è uno degli aspetti che maggiormente preoccupano chiunque di noi si trova costretto a doversi rivolgere a un giudice per reclamare giustizia. Che si tratti dell'annullamento di un atto della pubblica amministrazione o dell'accertamento di un diritto, i tempi per arrivare alla sentenza sono quasi biblici. Per avere l'idea dell'enorme mole di cause che ogni anno ingolfano le cancellerie dei Tribunali Amministrativi Regionali e del Consiglio di Stato basta consultare la relazione annuale della Giustizia Amministrativa. Negli ultimi 5 anni (2010 – 2014) il numero della cause depositate è stato di 333.180 mentre quelle definite sono state 708.389, quelle ancora pendenti sono ancora 292.273 e tra queste, una, sicuramente merita la nostra attenzione perché, questa volta, la colpa dell'enorme ritardo nel decidere non è dei giudici ma della pubblica amministrazione, come risulta dall'eloquente parere pubblicato lo scorso 16 luglio sul sito della Giustizia Amministrativa.

Il 15 marzo 1988 il Sig. Franchini Giuseppe decise di rivolgersi al Presidente della Repubblica per ottenere l’annullamento della graduatoria relativa alla seconda sessione di selezione per gli allievi ufficiali del 128° corso tenuto presso la Scuola Militare di Commissariato e Amministrazione di Maddaloni e degli altri atti emanati dall'amministrazione militare nei suoi confronti. Generalmente questi tipo di ricorsi straordinari si risolvono in tre, massimo 4 anni ma per il Sig. Franchini i 27 anni già trascorsi non sembrano essere ancora sufficienti per definire la questione e sapere, finalmente, se nei suoi confronti fu fatto un tremendo errore: ammesso quale allievo ufficiale di complemento al 128° corso di Amministrazione e alla fine della prima sessione delle prove di selezione si era collocato in posizione utile in graduatoria ma poi, in seguito alla seconda serie di accertamenti, veniva retrocesso dal primo all’ultimo posto in graduatoria a causa dell’attitudine militare e quindi dimesso definitivamente il 19 novembre 1987.

Lo scorso 24 giugno il Consiglio di Stato, per la terza volta consecutiva, ha dovuto sospendere l'emissione del parere a causa dell'inadempienza del Ministero interessato che, manco a farlo apposta, è proprio quello della Difesa. L'atteggiamento assunto in tutti questi anni dai militari evidentemente non deve essere piaciuto al Consigliere di Stato Nicolò Pollari (anche lui ex militare), relatore-estensore dell'affare che, dopo aver elencato uno ad uno gli atti e i solleciti compiuti dall'organo della giustizia amministrativa fin dal lontano 28 febbraio 1989, ha sottolineato che già con il parere interlocutorio reso in data 12 dicembre 2012 era stata segnalata la “grave inadempienza del Ministero” perché, nonostante fossero passati oltre venti anni dalla proposizione del ricorso straordinario, “non solo aveva smarrito il ricorso in questione, ma perdurava nel non inviare la prescritta relazione a firma del Ministro e a non chiedere al ricorrente se avesse ancora interesse all'impugnativa”. Quindi era stata allegata al parere anche la copia del ricorso agli atti del Consiglio affinché il Ministero provvedesse ad interpellare il ricorrente ed a depositare la propria rituale relazione sul ricorso in argomento.

Ogni sforzo dei Giudici di Palazzo Spada per aiutare il Ministro della Difesa a fare il proprio dovere si è però rivelato inutile cosi, il Consigliere Pollari, dopo una lunga ricostruzione dei fatti seguita dall'ennesimo invito a voler dare seguito alle richieste già inutilmente avanzate fino a quel momento, ha concluso il suo parere interlocutorio disponendo che “qualora l’Amministrazione non adempia nei modi e nei termini richiesti, la Sezione (del Consiglio di Stato) si riserva di trasmettere gli atti alla competente Procura territoriale della Corte dei Conti per l’esame dei possibili profili di responsabilità dei dirigenti dell’Amministrazione stessa”.

La posizione dei militari e in particolare quella del Direttore generale del Personale militare - attualmente è il generale Paolo Gerometta - non è certamente delle più comode e non potrebbe essere diversamente alla luce della nota con la quale lo scorso 2 aprile 2015 la medesima Direzione Generale ha comunicato al Consiglio di Stato che “fin dal principio l’Amministrazione ha disposto ogni tipo di ricerca e/o accertamento finalizzati a reperire la documentazione in originale, in realtà mai prevenuta” e che “il ricorrente non ha mai manifestato il proprio interesse a conoscere lo stato di trattazione del relativo affare e lo stesso non risulta immesso nei ruoli del personale militare” e che pertanto “il notevole lasso di tempo trascorso ed esclusa, altresì, qualsivoglia forma di comportamento inadempiente da parte di questo Ministero, si chiede che venga dichiarata cessata la materia del contendere”. Insomma, per la Difesa la colpa è solo del ricorrente che non s'è interessato del suo ricorso.

Al sig. Franchini, all'epoca retrocesso dal primo all’ultimo posto in graduatoria a causa dell’attitudine militare e per questo evidentemente - come scrive l'amministrazione militare - “non risulta immesso nei ruoli del personale militare”, non resta che attendere che il Ministero della Difesa, e quindi l'attuale capo della Direzione Generale del Personale militare, decida finalmente di dare compiutamente seguito alle richieste dei giudici amministrativi, magari anche provvedendo ad indicare chiaramente i nomi dei responsabili della “grave inadempienza del Ministero”.

Per chi si sta domandando cosa è realmente questa “attitudine militare”, capace di decidere il destino delle persone cone Giuseppe Franchini, sul web (www.canino.info) ho trovato una definizione che a mio giudizio la spiega in modo semplice e chiaro: “nei corsi A.U.C. la valutazione dell'attitudine militare attribuisce il voto finale che da solo fa media con tutti i voti presi negli accertamenti svolti durante il corso. In pratica determina la graduatoria finale e gli "eletti" del primo decimo (vedi). In buona sostanza consente ai raccomandati di scavalcare in graduatoria allievi più preparati…”.

In tutta questa storia il comportamento del Ministero della Difesa si commenta da solo. Fallace ed arrogante si presta a mille e più cesure ed è significativo della deprecabile abitudine che, nonostante le tanto sbandierate riforme fatte o da fare, imperversa ancora come un cancro in tutte le pubbliche amministrazioni: quando i vertici o i mega-super dirigenti vengono colti in fallo l'apparato burocratico costruisce attorno a loro una difesa ad oltranza, un solido muro che ha lo scopo di separarli e proteggerli dalle loro responsabilità e dalla legge, forti del fatto che tanto poi nessuno verrà mai chiamato a rispondere delle proprie colpe. Chissà se la Ministra Pinotti si sente un pochino in colpa anche lei?

Prima di concludere mi sembra doveroso soffermarmi sulla sempre più urgente necessità di una riforma della giustizia che, al pari della responsabilità civile dei giudici, preveda con altrettanta severità quella dei responsabili dei procedimenti o degli adempimenti che competono alle pubbliche amministrazioni perché, in ogni caso, quando la richiesta di giustizia del cittadino rimane senza risposta per oltre 27 anni è innegabile l'esistenza di un danno, anche per il resto della collettività.