Corte costituzionale: dopo il blocco dei contratti e delle pensioni potrebbe saltare un altro pezzetto della spending review voluta da Berlusconi e Monti.

Lo scorso 18 giugno la Commissione Tributaria Provinciale di Roma ha deciso di rimettere al giudizio della Corte costituzionale la questione relativa al pagamento del contributo unificato nella misura di 600 euro (ora 650) che grava su tutti i cittadini che, per contestare gli atti definitivi delle pubbliche amministrazioni, decidono di avvalersi del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

L'odioso balzello - Con il decreto legge 98/2011 il governo Berlusconi prima e Monti poi pensarono che uno dei mezzi più facili per recuperare risorse per le malandate casse dello Stato fosse non solo quello di attingere dalle già povere tasche dei cittadini italiani aumentando la pressione fiscale ma anche quello di aumentare gli importi del contributo unificato per le spese di giustizia o addirittura imponendolo ex novo come è avvenuto nel caso del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Con un sol tratto di penna la partitocrazia era riuscita a sopprimere una tradizione di legalità e giustizia accessibile gratuitamente da chiunque che durava da quasi tre secoli.

Le origini del ricorso straordinario – Il rimedio giustiziale rivolto al Capo dello Stato affonda le sue origini nel cosiddetto sistema di “giustizia ritenuta”, tipico delle monarchie assolute in cui il sovrano conservava il potere di decidere in ultima istanza sugli atti che si ritenevano illegittimi. Nel Regno di Sardegna, fu disciplinato per la prima volta nelle Costituzioni Generali di Vittorio Amedeo II del 1729 e solo in seguito all’ascesa al trono di Carlo Emanuele III, fu istituito il Consiglio del Re con le Regie Patenti del 30 aprile 1749 e si stabilì che il Re dovesse ascoltare il parere del predetto Consiglio prima di decidere il ricorso a lui indirizzato. La legge del Regno di Sardegna 30 ottobre 1859, n. 3707, regolamentò l'istituto, prevedendo il parere obbligatorio del Consiglio di Stato in ordine al ricorso straordinario al Re e provvedendo a differenziarlo dal ricorso al re in via gerarchica.

Immediati i dubbi sulla costituzionalità - All'indomani della pubblicazione del decreto legge impositivo dell'odioso balzello avevo avanzato alcuni dubbi sulla correttezza della norma che appariva chiaramente come una inaccettabile limitazione all'esercizio del diritto di difesa sancito dalla Costituzione. Il 25 luglio 2012 queste mie perplessità furono raccolte dai soliti deputati radicali che in occasione della discussione dell'ennesimo decreto legge sulla spending review presentarono un ordine del giorno (9/5312/108) il cui accoglimento vincolò il governo in carica (Monti) a “valutare, compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, la possibilità di ridurre il versamento per il contributo unificato relativo al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica”. Nel disegno di legge di stabilità per il 2013, questo balzello non solo non venne diminuito ma fu aumentato di 50 euro. Una dei tanti impegni mai mantenuti dalla partitocrazia.

Una questione di principio - Per l'ennesima volta mi ero sentito preso per i fondelli così nell'occasione di dover contestare alcuni atti definitivi emessi dalla pubblica amministrazione, per la quale avevo lavorato fio a pochi mesi prima, scelsi la via del ricorso straordinario e non fu un caso se decisi di non pagare quell'insopportabile tassa voluta da Berlusconi e aumentata da Monti. Ovviamente dopo qualche tempo mi fu notificato l'avviso di pagamento. Quello era l'atto che attendevo con ansia per ricorrere alla Commissione Tributaria Provinciale competente (nel mio caso quella di Roma) e rimettere al giudice la valutazione delle mie convinzioni sull'ingiustizia che quella pretesa economica rappresentava per me e per tutti i cittadini nelle medesime condizioni.

La decisione - La Commissione Tributaria Provinciale a seguito dell'udienza pubblica, svoltasi il 4 maggio scorso, ha deciso di accogliere le censure che avevo sollevato per contestare quell'ingiusto e ingiustificabile pagamento imposto sul ricorso straordinario e conseguentemente ha sospeso il giudizio. La Commissione con l'ordinanza n. 1452/04/15, depositata il 11/06/2015, ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale affinché si esprima sulla costituzionalità della norma impugnata in relazione agli articoli 3 e 24 della Costituzione e comunque per la sua manifesta irragionevolezza.

L'interesse è diffuso – Sicuramente la questione farà discutere e se ancora non si può parlare di una vittoria del cittadino sull'arroganza della politica è certo che l'interesse è reale e concreto per tutti i cittadini. Probabilmente quando questo caso approderà davanti ai giudici della Consulta vedrà schierarsi i sindacati e le associazioni dei consumatori, tutti insieme pronti a contestare anche loro lo scellerato tributo che, di fatto, si pone come un deterrente e quindi come un ostacolo all'accesso alla giustizia da parte dei cittadini meno abbienti.

I numeri - Nel 2010, anno precedente all'imposizione fiscale sui ricorsi straordinari, il Consiglio di Stato in sede consultiva aveva ricevuto 5.694 ricorsi mentre nel 2014 sono stati soltanto 2.675 per un importo complessivo di 1.738.750 euro. Nel caso di una auspicabile dichiarazione di incostituzionalità della norma impositrice del contributo unificato lo Stato avrebbe minori entrate per un importo che nel 2015 si potrebbe attestare sullo stesso valore dell'anno precedente. Un sacrificio sicuramente sopportabile per le casse dello Stato rispetto, invece, all'irreparabile danno che ne deriverebbe per ogni cittadino nel caso dovesse permanere ancora l'obbligo di pagamento del contributo unificato sul ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

Esiste ancora la Costituzione? - I numeri dicono che quella norma ha prodotto uno scarsissimo gettito fiscale e un dimezzamento del numero dei ricorsi presentati. Questi fattori tradotti in parole povere equivalgono all'aver negato ad alcune migliaia di cittadini italiani - meno abbienti - di poter avere quella «pari dignità sociale» e di essere «eguali davanti alla legge». Allora mi sembra il caso di ricordare a me stesso che «E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana», che «la difesa è diritto inviolabile» e che, infine «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.».

Adesso non resta che attendere la decisione dei Giudici Costituzionali e qualunque sarà il loro verdetto io so di aver comunque dato il mio umile contributo alle ragioni del diritto e dei diritti.