Commissione inchiesta sulla morte del parà Scieri? Potrebbe essere la volta buona

L'allievo paracadutista Emanuele Scieri

Finalmente prende corpo la possibilità che sia una Commissione di inchiesta parlamentare a dover fare luce sulla morte dell'allievo paracadutista Emanuele Scieri, avvenuta in circostanze ancora poco chiare presso la caserma Gamerra di Pisa il 13 agosto 1999. Dopo il tentativo fatto dai Radicali nella scorsa legislatura la possibilità che il Parlamento potesse decidere di interessarsi concretamente della morte Emanuele sembrava ormai definitivamente tramontata.

Ieri la deputata Sofia Amoddio (PD), alla sua prima esperienza parlamentare, ha annunciato il pronunciamento favorevole del relatore della commissione Difesa e del parere positivo del Governo sulla proposta di legge per l'istituzione di una commissione Parlamentare di inchiesta sulla morte del paracadutista Emanuele Scieri. La parlamentare ha dichiarato che quello è stato «un terribile episodio che su cui e` doveroso fare giustizia per lo Stato Italiano e per la famiglia» e ha poi concluso augurandosi «che finalmente, nonostante siano passati molti anni, si possa fare chiarezza e si possano attribuire colpe e responsabilità».

Sono passati quasi 16 anni da quel tragico 13 settembre e sono state già tre le inchieste ufficiali – una della Procura di Pisa, una della Procura Militare e una amministrativa interna alla Gamerra – ma non è mai stato individuato alcun responsabile ma forse questa potrebbe essere la volta buona e molto potrebbe dipendere proprio dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il 15 settembre 1999 Carlo Scognamiglio era il Ministro della difesa in carica e nell'Aula di Montecitorio, rispondendo ad una lunga serie di interrogazioni sulla morte di Scieri affermava convintamente di avere «l'impressione che la continua, pressante, comprensibile, perfettamente comprensibile richiesta che si faccia piena luce sulla morte di Emanuele Scieri sembra quasi rivelare, oltre al legittimo e condiviso desiderio di verità, anche il timore che su questa vicenda possa scendere una coltre di silenzio o un velo di complicità e di copertura. Questo timore è del tutto infondato. Le Forze armate non temono l'accertamento della verità e delle responsabilità, quali che esse siano, e naturalmente le conseguenze; anzi, lo pretendono, lo reclamano a gran voce. Quello che le Forze armate e chi ne ha la responsabilità politica chiede e ciò che può essere preteso è che emerga la verità vera, quale che essa sia, non quella precostituita.».

Purtroppo quei timori sul “velo di complicità e di copertura” oggi appaiono invece come l'innegabile realtà rispetto alla solo sbandierata spavalderia delle Forze armate che non temevano, anzi reclamavano a gran voce – diceva Scognamiglio - “l'accertamento della verità e delle responsabilità”. Quindi, uno dei primi compiti dei componenti dell'annunciata commissione parlamentare d'inchiesta potrebbe (rectius dovrebbe) essere quello di ricostruire i fatti, non solo attraverso gli atti delle indagini svolte dagli inquirenti ma anche da quelli che giacciono negli archivi parlamentari e che indicano chiaramente a chi dovranno essere poste le domande.

Oltre all'ex Ministro Carlo Scognamiglio potrebbe essere ascoltato dai membri dell commissione anche il suo successore, l'attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che, nonostante il brevissimo periodo passato a via XX settembre (dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000), l'8 marzo del 2000 nell'Aula di Montecitorio, rispondendo all'interrogazione del deputato Roberto Manzione (Udeur) premettendo che «sugli aspetti giudiziari di una vicenda così dolorosa credo sia doveroso per noi tutti fare un passo indietro, lasciando che l'autorità giudiziaria svolga il suo lavoro per giungere il più rapidamente possibile alla verità cui la Difesa e le Forze armate sono interessate non meno di chiunque altro», insisteva nel dichiarare che «per quanto attiene ai propri compiti, la Difesa si muove senza reticenze e pregiudizi; non si intende minimizzare l'accaduto e nessuno - se riconosciuto responsabile - potrà esimersi dall'affrontarne le conseguenze.».

Eppure quelle parole dette davanti ai rappresentanti del popolo da un ministro della Repubblica già dopo qualche mese - è il 25 luglio 2000 - non sembravano aver trovato alcun conforto nelle azioni dei militari come si legge, questa volta nel resoconto stenografico della Commissione Difesa del Senato, nella replica del senatore Russo Spena ad una altra risposta data sempre sulla medesima questione dall'allora sottosegretario alla Difesa Minniti. «Auspico – dichiarava il senatore di Rifondazione Comunista - che la magistratura continui, con la massima autonomia ed indipendenza, a fare il proprio dovere, come certamente farà; continuiamo comunque a chiedere al Ministero della difesa di fare cadere le reticenze e gli atteggiamenti omissivi dei comandi e di tutti i militari presenti quel giorno alla caserma Gamerra di Pisa e di adoperarsi più di quanto non abbia fatto finora.».

Da allora ad oggi interrogazioni parlamentari e indagini della Procura si sono alternate senza alcun successo nella ricerca di quelle verità che sono ancora gelosamente custodite all'interno dell'invalicabile muro che troppo spesso ancora separa il mondo militare dal resto dell'universo. Già nella scorsa legislatura i Radicali presentarono una proposta di legge per l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta che, a differenza di quella vergata dalla deputata Amoddio, era finalizzata ad indagare sulle tragiche morti anche di altri militari in servizio di leva nel periodo dal 1985 al 2005, con particolare riferimento alla morte dei signori Roberto Garro, Giovanni Lombardo, Andrea Cordori, Mirco Bergonzini che, al pari di quella di Emanuele, erano rimaste impunite.

Solo per citarne alcune: 7 maggio 1999, Carlo Franceschini del nono reggimento d'assalto Col Moschin muore in circostanze misteriose all'interno del magazzino dove stava lavorando; 18 marzo 1995, Andrea Oggiano, di Celle Ligure, stanco di essere perseguitato e picchiato, fugge dalla caserma Vannucci di Livorno e si butta sotto un treno alla stazione di Sestri Levante; 15 giugno 1995, il maresciallo Marco Mandolini di Castelfidardo viene ritrovato morto sulla scogliera di Romito a Livorno, massacrato a coltellate. Marco Mandolini era stato in Somalia ai tempi del generale Loi; 26 ottobre 1995, Fabrizio Falcioni viene pestato, preso a pugni e calci e costretto a «pompare» ovvero a fare flessioni, con indosso tutta l'attrezzatura prima di salire sull'aereo, per il suo ultimo lancio (le responsabilità della sua morte e di quella di altri due parà uccisi in seguito a un lancio effettuato con la tecnica cosiddetta «ad uscita rapida», introdotta nel 1994 dal generale Bruno Loi ed abbandonata il 4 dicembre del 1996, non sono mai state chiarite.

Durante il periodo in cui questa tecnica è stata utilizzata sono stati però registrati 8.977 incidenti); 4 dicembre 1996, durante un'esercitazione ad Altopascio muore Claudio Capellini di Cesena, strangolato dalla fune del suo paracadute (il primo a morire durante il periodo in cui era in uso la tecnica del lancio rapido era stato Claudio Triches, il 15 luglio 1994); 4 aprile 1997, Marco Cordone di Pineto, mentre è in servizio presso le cucine della caserma Vannucci di Livorno, ingerisce un detergente per lavastoviglie da una bottiglia che credeva di acqua minerale prelevata dallo scaffale delle vivande (ha avuto la gola corrosa e lo stomaco bruciato dall'acido e non è più in grado di alimentarsi normalmente); nel luglio del 1998, nelle campagne del pisano viene trovato morto il capitano Andrea Vannozzi della scuola militare di paracadutismo di Pisa. Si è parlato di presunto suicidio.



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