Tagliare altri F-35 ci costerebbe 20 miliardi. Ci conviene?

cockpit del Lockheed Martin F-35 Lightning II

Inizialmente erano 131 gli F-35 da acquistare, per una spesa complessiva di 15.878.579.556,00. È scritto nero su bianco nella tabella n. 11, pag. 550, allegata al disegno di legge sul “bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2012”. Il 16 dicembre 2011 il Governo Monti, insediatosi da appena un mese, decise di accogliere l'Ordine del Giorno (9/4829-A/61) che coi parlamentari Radicali avevamo deciso di presentare nella convinzione di dover attuare una concreta e indispensabile riduzione degli impegni di spesa per i programmi di acquisizione JSF (F-35) e la rimodulazione della spesa destinata all'acquisizione di nuovi armamenti in rapporto alla sostenibilità dell'attuale modello Difesa. Per la prima volta il Governo aveva deciso di affrontare la questione ascoltando anche le richieste che indirettamente gli venivano rivolte da chi, come me, era fuori dal Parlamento ma aveva trovato nei deputati Radicali l'indispensabile e convinto supporto per entrarvi concretamente.

Ricordo perfettamente quei giorni e quelli immediatamente successivi alla pausa per le festività natalizie. L'eco delle polemiche sulla fine del Governo Berlusconi IV e l'inizio del primo Governo tecnico imposto dall'allora Presidente Napolitano mi avevano spinto a scrivere una lettera al neo Ministro della difesa, Giampaolo Di Paola, per chiedergli una maggiore attenzione verso le proposte di buon senso che da tempo proponevo assieme ai Radicali e che, fino a quel momento, erano rimaste inascoltate. Ero fiducioso.

Era più o meno la metà di gennaio 2012, avevo telefonato all'ufficio del Capo di Gabinetto di Di Paola per avere delle informazioni sull'esito della lettera inviata alcuni giorni prima al Ministro. Il Capo della segreteria di quell'ufficio mi chiese di aspettare in linea e dopo qualche minuto una voce dall'altra parte mi disse “Ciao Comellini, vediamoci per un caffè”. Era il Capo di Gabinetto. Accettai l'invito con piacere e dopo qualche giorno andai a trovarlo nel suo ufficio di via XX settembre. L'incontro avvenne senza troppe formalità. Fu una chiacchierata dai toni amichevoli a trecentosessanta gradi che riguardò anche quell'importante Ordine del Giorno sull'F-35 che Governo aveva accolto. “In fin dei conti - dissi al mio autorevole interlocutore - noi chiediamo la riduzione del programma d'armamento in base a quelle che crediamo essere le reali esigenze operative delle Forze armate, alle naturali obsolescenze delle macchine attualmente in servizio e in ragione della capacità del Paese di sostenere la spesa. Non ne chiediamo la cancellazione totale come fanno altri che parlano senza alcuna cognizione di causa o per partito preso. Quindi credo che su questo punto il Ministro potrà fare una riflessione e farci avere una risposta.”. Ci congedammo con l'impegno reciproco di confrontarci il più possibile per cercare soluzioni condivise.

La risposta del Ministro arrivo il 15 febbraio: il Governo aveva deciso di attuare quell'ordine del Giorno riducendo sensibilmente il numero complessivo degli aerei F-35 da acquistare tagliando il programma di 41 unità. Nella tabella n. 11 allegata al disegno di legge sul “bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2013” a pagina 635 si legge chiaramente che per il programma pluriennale SMD 02/2009, quello relativo all'F-35, la spesa attualmente prevista fino al 2027 sarà di 10.458.480.233,00 euro e che il numero dei velivoli da acquisire è di 90. Il Governo aveva mantenuto l'impegno: il taglio reale è stato di 5,4 miliardi di euro.

Sono passati poco più di tre anni da quella storica decisione e la polemica sull'F35, che non è mai cessata del tutto, sembra aver ritrovato nuovo vigore e nuovi spunti con la recente pubblicazione del Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa. Oggi c'è chi accusa la Ministra Pinotti di non aver rispettato il volere del Parlamento contenuto nella mozione, approvata lo scorso 24 settembre 2014, con la quale i nominati rappresentanti del popolo avevano chiesto la revisione della spesa impegnando il Governo “a riesaminare l'intero programma F-35 per chiarirne criticità e costi con l'obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto” cioè quello di oltre 15 miliardi e 878 milioni di euro.

Il taglio al programma F-35 realizzato dal Governo Monti è stato il traguardo di una battaglia politica di cui io e i Radicali possiamo tranquillamente rivendicarne la paternità che era iniziata alla Camera il 7 luglio 2010 e ciò che noi avevamo chiesto all'epoca è, guarda caso, quello che solo nel 2014 è arrivato a chiedere anche un altro autorevole parlamentare del PD, Giampiero Scanu: il dimezzamento del programma.

Una cosa è una richiesta fatta nel 2010 e soddisfatta dal governo nel 2012 in base ai dati oggettivi di quel preciso periodo, altro è invece una richiesta ridondante e inconsistente, avanzata tardivamente per altri motivi di carattere industriale che certamente non possono essere minimamente paragonati a quelli di carattere operativo e di mantenimento della capacità della difesa aerea nazionale che coi Radicali avevamo posto, fin dall'inizio, come condizione per costruire una richiesta politica che fosse coerente, e realizzabile.

Chiedere oggi di scendere sotto la soglia dei 90 JSF significherebbe compromettere la capacità della difesa aerea del nostro Paese e l'Aeronautica militare rischierebbe di essere cancellata. Per evitare tale pericolosa evenienza, nel caso di una ulteriore riduzione del programma F-35, gli italiani dovranno spendere nuove e ben più consistenti risorse per acquistare gli altri Eurofighter indispensabili per mantenere gli attuali livelli della capacità aerea richiesta all'Italia in ben determinati assetti e alleanze.

Ricordo a me stesso, ma anche e sopratutto a quelli del fronte del “NO F-35”, che i 96 caccia europei che fanno parte della flotta militare - inizialmente ne erano previsti 121 - a conti fatti ci sono costati fino ad oggi, tra ritardi nello sviluppo del programma e inconvenienti vari, oltre 22 miliardi di euro.

Una ulteriore riduzione del numero degli F-35 a vantaggio dell'Eurofighter si risolverebbe quindi in un maggiore costo nel medio e lungo termine che, per l'effetto del necessario upgrade del caccia europeo alle capacità di 5^ generazione, si tradurrebbe in una spesa aggiuntiva di altri 20 - 25 miliardi di euro. Insomma, altro che risparmio per i cittadini. Sarebbe solo un nuovo ricco affare per l'industria bellica nazionale che peraltro lo aveva chiesto, in modo neanche troppo velato, nel corso di un audizione parlamentare tramite l'amministratore delegato di Finmeccanica. L'A.D. del colosso industriale davanti ai membri della Commissione Difesa della Camera - era il 26 settembre 2013 -, riferendosi all'F-35, aveva affermato che «è certamente vero che non è con la fornitura di parti di aerei di grandi dimensioni che la nostra industria, Finmeccanica, costruisce il suo futuro di operatore tecnologico d'avanguardia», per poi precisare che «rispetto a temi come l’F-35, riteniamo di essere esecutori intelligenti delle scelte altrui, ma non è solo su questo che possiamo fondare il nostro futuro».

«Ci servono l'Aeronautica e la difesa aerea?». Quando lo scorso 16 marzo 2014 la Ministra Pinotti si fece questa domanda davanti ai microfoni di Sky Tg24 non credo intendesse offrire ai detrattori del programma F-35 nuovi spunti per altre polemiche, fece solo un grave errore di comunicazione che, nonostante l'immediato dietrofront – poi aveva precisato che la domanda era retorica – ha comunque lasciato un brutto segno (retorica a parte non è stato l'unico). Se poi la gaffe della Pinotti doveva essere intesa come la risposta che il governo aveva deciso di dare all'A.D. di Finmeccanica allora va detto che l'informazione istituzionale della Ministra è quasi sempre opaca e lacunosa. Fin dal suo insediamento a via XX settembre non ha mai saputo, o voluto, fare chiarezza sulla questione F-35. Poteva, invece, in tutta serenità e trasparenza, spiegare chiaramente agli italiani e all'industria nostrana le ragioni dei suoi predecessori e quindi del perché il numero è, e deve restare, quello di 90 aerei.

Per molti la partita s'era già chiusa proprio con quel taglio di 41 aerei. I movimenti “No F-35”, politici di vari schieramenti pro Eurofighter e l'industria bellica se ne facciano una ragione. Ci sono altri costosi programmi di armamento che devono essere necessariamente ridimensionati, se non addirittura eliminati del tutto, come ad esempio "Forza NEC" (circa 22 miliardi di euro in 25 anni) ?o il "programma navale" per la Marina militare (costo 5,4 miliardi di euro per l'acquisto di sei pattugliatori polivalenti d'altura, una unità d'altura di supporto logistico, una unità anfibia multiruolo e due unità navali polifunzionali ad altissima velocità a spinto contenuto tecnologico).