Strade sicure, i vertici militari avviano l'operazione "santa inquisizione"

Sabato 16 luglio sul quotidiano Il Manifesto è stato pubblicato un articolo: "Signornò, soldati contro le missioni farsa in città".  Senza peli sulla lingua il bravo Luca Fazio ha messo in luce alcuni aspetti sconcertanti del trattamento riservato ai militari di truppa impegnati nell’operazione “strade sicure” in corso a Milano, e subito si è scatenata la repressione dei vertici militari. “Chi ha osato parlare con quel giornalista?” avrà certamente tuonato il panciuto generale seduto comodamente nel suo ufficio dotato di tutti i comfort, sorseggiando il suo caffè mattutino, mentre s’impegnava nell’ardua prova di ardimento della lettura della “Rassegna Stampa”. Sicuramente poi avrà alzato il telefono e fattosi comporre dall’attendente il numero del responsabile dell’operazione “strade sicure” gli avrà tuonato nelle orecchie chiedendogli la testa di quell’incosciente che ha osato raccontare a un giornalista che per “pisciare” durante il servizio gli è stato raccomandato di farla nella bottiglietta dell’acqua! Ma lasciando da parte la fantasia, temo che le cose siano andate proprio così.

Che il servizio che questi ragazzi addestrati alla guerra svolgono nelle strade di Milano sia totalmente inutile e soprattutto dispendioso, credo sia opinione comune. Vederli poi armati di tutto punto, con fucili mitragliatori SC 70 (calibro 5.56 mm x 45 NATO) capaci di sparare fino a 670 colpi al minuto e con un tiro utile di 400 mt., col giubbotto antiproiettile e quanto altro come se realmente Milano fosse una zona di guerra rende bene, anche ai più scettici e ai pidiellini, l’idea di come il Ministro La Russa intende la “sicurezza”. Faccio l’esempio di Milano ma anche nelle altre città la situazione è simile.

Quello che il cittadino vede è ciò che il regime gli vuol far vedere, ma nella sostanza, chi avesse avuto modo di leggere l’articolo, comprenderebbe sicuramente che non v’è nulla di sensato. Giovani volontari, precari, piazzati sotto il sole cocente, come le “belle statuine” per ore e ore con l’acqua razionata come se fossero in un deserto a fare la guardia a non si sa cosa e non si sa per cosa, visto che poi, in caso di necessità, per intervenire, devono sempre e comunque farlo insieme agli agenti di Polizia o ai Carabinieri. Ma allora questi ultimi cosa fanno, attendono che il militare di turno li chiami e poi corrono a fargli da balia per evitare che la foga del “rambismo” li porti a compiere qualche eccesso mentre armi alla mano controllano i documenti all’extracomunitario di turno? Ma questo è un altro aspetto,  altrettanto drammatico, ma che riguarda lo svilimento della professionalità dei poliziotti.

Quello che Luca Fazio ha descritto nel suo articolo probabilmente rappresenta solo la punta di un iceberg fatto di maltrattamenti e privazioni, di inconcepibili umiliazioni imposte con la perversione di quell’odioso ricatto morale che si cela nei giudizi valutativi che i superiori di questi ragazzi esprimono al momento della partecipazione al concorso per il passaggio in servizio permanente. Eppure, dalle strade alla mondezza, ormai i militari sono diventati istituzionalmente indispensabili per le campagne pubblicitarie del Premier e del suo fido Ministro La Russa e allora perché sono trattati in questo modo? Forse a questa risposta non risponderà mai nessuno ma a volte mi piace sperare che la “coscienza” entri a far parte delle dotazioni dei generali e del Ministro.

Ma torniamo alla questione di Milano e al dopo articolo. A poche ore dall’uscita in edicola del quotidiano mi è giunta la notizia che tutti i militari impiegati in quei servizi sono stati immediatamente interrogati dai superiori gerarchici per sapere chi avesse osato parlare con il giornalista e che, Lunedì, (18 luglio per chi legge), saranno tutti chiamati a firmare una dichiarazione con cui dovranno affermare di non aver mai avuto rapporti ne con lo studio legale menzionato nell’articolo ne con il giornalista de Il Manifesto

Questo metodo somiglia molto a quelli che i peggiori regimi del secolo scorso mettevano in atto per trovare un colpevole (e non il colpevole) e mi auguro che non si giunga ad azioni di rappresaglia che prevedano la punizione con il metodo “uno ogni dieci”. 

Mentre scrivo, cerco di convincermi che siamo effettivamente nel 2011 ma poi rileggendo quell’articolo mi rendo conto che l’orologio dei diritti per i militari gira al contrario, nonostante alcuni giorni fa sia stato proprio lo stesso Ministro della difesa ad affermare – non so quanto convintamente -, riferendosi agli atleti militati inviati in Brasile e al caso Battisti, che tutti hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni. Però, adesso, quei militari sono in trincea e devono combattere contro gli assalti dei generali nella totale indifferenza dei cittadini di Milano, con la speranza che il neo sindaco Pisapia intervenga in loro favore prima che si compiano le sommarie esecuzioni e magari si dichiari pronto a tutelarli in ogni sede.

Le repressioni portano inevitabilmente chi le subisce a dover cercare altre strade di “tutela”, sicuramente più “sicure” e concrete rispetto a quelle interne all’amministrazione militare, quindi credo sia venuto il momento di dire basta all’arroganza e ai metodi da “santa inquisizione” che i vertici militari attuano sistematicamente verso chi ha il coraggio di esprimere le proprie opinioni e credo anche sia venuto il momento che tutti i cittadini italiani dimostrino il loro sdegno per come sono trattati quei ragazzi che null’altro hanno fatto che il proprio dovere nell’esercizio di un diritto.

Da Lampedusa ai posti di frontiera sulle Alpi, i militari sono stanchi di essere considerarti dei minus habentes. Loro sono cittadini come tutti gli altri, pronti a servire il Paese anche a donargli la vita, se serve, ma con gli stessi diritti e la stessa dignità. Questo il Ministro non sembra averlo capito.