Il Cocer Esercito chiede la censura dell'opinione pubblica? Il Capo di stato maggiore: consueta disponibilità e ogni forma di supporto.

Il Consiglio centrale della Rappresentanza militare dell'Esercito lo scorso 17 febbraio, con la delibera n. 02/2015, ha chiesto al Capo di stato maggiore della Forza armata, il generale Danilo Errico, di essere autorizzato a farsi un sito web tutto suo dove propagandare le attività dell'organismo rappresentativo e, nel contempo, ha chiesto di potersi avvalere dell'ufficio legale dello stato maggiore per valutare il “coinvolgimento del Co.Ce.R. come organismo od il singolo delegato come componente”.

Detta così la cosa potrebbe apparire come un improvvisa ventata di democrazia all'interno di una amministrazione notoriamente chiusa e restia a qualsiasi progresso dove l'unica forma normativamente prevista e ammessa di “comunicazione ufficiale” del Cocer verso l'esterno, ma dentro ai ristretti confini delle caserme, è la delibera.

Leggendo attentamente le premesse vergate nell'atto, approvato con solo otto voti favorevoli (3 contrari e un astenuto), si capisce immediatamente che lo scopo dell'organo di rappresentanza è di tutt'altra natura: difendere lo status quo che la riservatezza dell'amministrazione militare gli ha garantito davanti ai cittadini ma soprattutto davanti ai loro colleghi.

Già dall'oggetto della delibera “tutela del delegato” si capisce dove il Consiglio vuole andare a parare. Il problema che assilla i coceristi non è la mancanza di diritti e tutele che affliggono il mondo militare bensì i “sondaggi di gradimento” ed i “giudizi” che i militari e i non appartenenti alle Forze armate (gli ex come me per essere più chiari) scrivono nei loro confronti sui social network e sui siti web. Il Cocer si lamenta poi della mancanza di strumenti con i quali diffondere le loro corrette (?) informazioni al personale rappresentato con la stessa immediatezza con la quale operano alcuni siti web. Ma non solo. Si dolgono anche del fatto che “il Co.Ce.R. è stato fatto oggetto di interrogazioni parlamentari”.

La supplica che il Cocer rivolge al suo capo per quanto riguarda la possibilità di contrastare le informazioni date dagli altri tramite il web ed avere quella visibilità mediatica, anche personale, che l'amministrazione talvolta gli nega è comprensibile e lascia trasparire il cocente senso di frustrazione a cui è sottoposto il Consiglio. Ma da qui arrivare a dolersi di essere l'oggetto di “sondaggi di gradimento”, e finanche delle interrogazioni parlamentari, il passo per essere tacciati di intolleranza è assai breve. Se poi questa lamentela è letta insieme e prima della richiesta di potersi avvalere “dell'Ufficio Legale dello Stato Maggiore dell'Esercito per una valutazione complessiva della problematica afferente il coinvolgimento del Co.Ce.R. come organismo od il singolo delegato” (è sorprendente l'uso delle maiuscole nel linguaggio militare), allora quel passo si accorcia e cambia verso finendo col diventare un inaccettabile tentativo di mettere a tacere ogni possibile forma di dissenso, di critica. Insomma il Cocer - quindi l'amministrazione militare - è riuscito a dimostrare concretamente come sia fin troppo facile superare senza alcuna conseguenza il limite oltre il quale la democrazia è uno spiacevole impiccio da eliminare con ogni mezzo.

Ma non è tutto. Per cercare di dare maggiore forza alla sua richiesta il Cocer si spinge a dubitare della sua stessa natura pubblica mettendo in discussione il significato del diritto alla privacy come se l'amministrazione e il Cocer stesso fossero dei soggetti privati, come se il membro del Consiglio centrale della rappresentanza militare fosse un cittadino qualunque, un privato che si riunisce con i suoi amici dentro la sua abitazione, per i propri interessi e a proprie spese e per questo merita la più ampia tutela del suo diritto alla riservatezza della sua vita privata. Invece è chiaro che il Cocer e i suoi membri sono tutti parte dell'amministrazione militare. È un organismo interno alla Forza armata, quando si riuniscono per deliberare rappresentano una parte dello Stato e se ciò è vero, a questo punto, allora, occorre domandarsi se non sia pericoloso per le libere istituzioni, per la Costituzione e le leggi, quello Stato che, approvando una simile delibera, dimostra oltre ogni legittimo dubbio di non tollerare il civile dissenso, la critica od ogni diversa opinione.

Se ammettiamo di essere in uno Stato democratico allora delibera approvata dal Cocer è inaccettabile. Diventa un maldestro e pericoloso tentativo di censurare il diritto – che in questo caso diventa un dovere - di ogni libero cittadino di esprimere la propria opinione e il proprio giudizio sull'operato della pubblica amministrazione e che si tratti del pubblico dipendente nell'esercizio delle sue funzioni o di quella sorta di “company union” chiamata rappresentanza militare è la stessa identica cosa: entrambi sono al servizio della collettività ed è a questa che devono rendere conto del loro operato.

Lo stato maggiore dell'Esercito interpellato da Tiscali circa l'eventuale condivisione del contenuto della delibera in questione da parte dell'attuale Capo di stato maggiore della forza armata, ha fatto sapere che il generale di corpo d'armata Danilo Errico “ha già risposto alla delibera in argomento al Presidente del Cocer Esercito.”.

La risposta del generale, l'abbiamo scovata sul web (Facebook), è datata 6 maggio 2015 e rivela all'attento lettore il senso di fastidio che deve aver evidentemente provato il capo dell'Esercito nel rispondere alla richiesta del Cocer. Infatti, nell'assicurargli la “consueta disponibilità” degli uffici dello stato maggiore e “ogni forma di supporto e collaborazione utile all'espletamento del mandato”, tuttavia, “tenuto conto delle indicazioni fornite al riguardo dall'ufficio Legislativo del Dicastero della Difesa e dallo Stato Maggiore della Difesa”, gli nega l'autorizzazione a farsi un proprio sito web per informare il personale. La riservatezza (rectius, convenienza dell'amministrazione) vince ancora una volta contro i tentativi di prevaricare la democrazia, o favorire la trasparenza. Dipende essenzialmente dal punto di vista dell'osservatore.

Ora il Cocer nella più totale oscurità potrà agire come meglio riterrà opportuno per difendere i propri interessi collettivi e personali. Sembra chiaro che potrà agire contro ogni forma di dissenso o contro chiunque oserà avanzare qualche critica o commento non gradito sui social e su Facebook. E lo potrà fare avvalendosi dei legulei del palazzo, forte della loro “consueta disponibilità”.

Forse sarebbe stato meglio se il Capo di stato maggiore dell'Esercito avesse preso le dovute distanze da quell'atto in modo più chiaro e deciso perché se è vero che quella delibera, così come è scritta, lascia uno spazio sconfinato alle interpretazioni più estreme è anche vero che la risposta non chiarisce assolutamente se il generale ne abbia condiviso lo spirito e il contenuto.

Forse, ma solo forse, è il caso di ricordare ad entrambi – Capo di stato maggiore e Cocer - che loro sono al servizio dei cittadini e sono pagati dai cittadini ai quali devono rendere conto del loro operato, accettarne le critiche, anche aspre se necessario. Quindi non resta che augurarci, per il futuro, che alla voglia di censurare, per l'uno o l'altro motivo, si sostituisca la voglia di confronto e trasparenza.