Il paradosso della Guardia di finanza, ostaggio di una "guerra tra bande"

Lo scorso anno, la  fretta del Governo di nominare un nuovo comandante per il Corpo della guardia di finanza ci ha fornito l’inaspettata possibilità di presentare una proposta di legge che non fosse solo un atto formale, compiuto come la manifestazione di una idea da riporre in un cassetto nell’attesa di una improbabile discussione, ma è stata l’occasione di esporre chiaramente la nostra idea e tramutarla in un atto coerente con la visione e il nostro programma, certamente capace di incidere sul piano politico e offrire alla visione stereotipata una nuova occasione di evoluzione e di avvicinamento al modello europeo.

Con la legge 78/2000 si è, di fatto, creata la 4^ Forza armata: l’Arma dei Carabinieri. Una struttura militare che ha visto il moltiplicarsi a dismisura del numero dei gradi apicali, con una ridondanza quasi al limite nella duplicazione di funzioni e prerogative - che di fatto erano ad esclusivo appannaggio della Polizia di stato - mentre al suo interno si combatteva, e si combatte, una silenziosa lotta per conquistare il vertice dell’Istituzione. Una “guerra tra bande” che nell’opinione pubblica ha sollevato non pochi dubbi sull’uso che determinati  “apparati” hanno fatto dell’Arma, il cui agire a volte è apparso più disinvolto del rigore che, forse, solo apparentemente la caratterizza.

Dieci anni di esperienze che non sembrano aver insegnato nulla. Lo scorso anno il governo ha affidato il compito di Comandante delle Fiamme Gialle a un generale appartenente al Corpo e non più all’esercito come avvenuto fino ad allora. Una strana proposta bipartisan ha di fatto creato la 5^ forza armata, l’ennesimo Corpo militare, l’ennesima forza di polizia militarizzata all’eccesso in una Europa che certamente non mancherà di infliggere al Governo italiano una nuova condanna.

I fatti che drammaticamente emergono in questi giorni dall’inchiesta denominata P4, e i coinvolgimenti tra politici e alti ufficiali del Corpo dei finanzieri, hanno riacceso le polemiche intorno alla neonata forza armata.  Fatti e modalità d’azione che non hanno fatto altro che confermare i timori di quelli che - come me e prima ancora di me - si sono sempre detti contrari ad accettare un solo altro passo compiuto in senso opposto alla logica e all’Europa. Forse per comprendere meglio i pericoli a cui il Governo ha incoscientemente offerto il fianco occorre fare un passo indietro nel tempo, nella convinzione che per guardare al futuro bisogna aver imparato dal passato.

La militarizzazione del Corpo, avvenne nel 1907 solo perché la Corte sabauda necessitava di un forte incremento del potenziale delle Forze armate in vista dell'ormai prossima espansione coloniale - la bandiera di combattimento fu assegnata nel 1911, all'inizio della campagna di Libia - e fu confermata e resa definitiva dal regime fascista. La legge n. 189 del 1959 non ha modificato questo assetto: le leggi fasciste furono utilizzate dalla classe dirigente della neonata Repubblica senza una vera necessaria ed effettiva soluzione di continuità, ai fini del mantenimento del proprio potere sostanziale.

Oggi è evidente la contraddizione di una Forza armata che non dipende dal Ministero della Difesa, ma da quello dell'Economia e delle Finanze: costituzionalmente i compiti di polizia o qualsiasi altro compito di natura non difensiva del territorio devono rientrare nelle competenze civili e in questo senso sono andate le riforme della Polizia di Stato, della polizia municipale e del Corpo della polizia penitenziaria. L'Italia rimane invece l'unico Paese membro dell'Unione europea nel quale un Corpo di verificatori fiscali è stato inserito tra le Forze destinate all'addestramento alla guerra, sia pure a scopi non offensivi.

La scelta di porre al comando di questo Corpo di fiscalisti in divisa forse è stata dettata dal fatto che un generale proveniente dall'Esercito - come è logico aspettarsi - il più delle volte non aveva alcuna competenza specifica in materie giuridiche ed economiche. Ma evidentemente le cose hanno preso una direzione diversa e si è ottenuto l’effetto, come nell’Arma, di dover assistere a guerre intestine per il potere. Un potere capace di mutuare dalla politica la forza necessaria per addivenire efficace strumento di controllo, ma non degli interessi dello Stato. Smilitarizzare il Corpo significa sottrarre i finanzieri al dovere di cieca obbedienza alle gerarchie che con il potere della subordinazione li costringono alla riservatezza e all’obbedienza al capo, e non alla Legge.

La smilitarizzazione del Corpo della guardia di finanza è il passo essenziale da compiere se si vuole abbassare la barriera di segretezza che separa l'operato del Corpo dalla coscienza di tutti i cittadini. La segretezza, se da un lato può rappresentare una forma di tutela dei cittadini e rispondere a comprensibili esigenze d'ufficio, da un altro lato è, invece, uno strumento multiuso nelle mani di taluni settori dell'amministrazione, con il rischio che questi si trasformino in veri e propri poteri occulti.

Gli innumerevoli scandali che si ripetono da anni e anni rivelano le vere ragioni che stanno alla base della difesa ad oltranza dello status militare ad opera di larga parte dei vertici del Corpo: esso rappresenta la vera fonte del loro potere e della sopravvivenza dei loro privilegi personali, per la conservazione dei quali è necessario che il Corpo della guardia di finanza rimanga chiuso in se stesso e sia impermeabile a qualsiasi contatto con la realtà esterna. È proprio la mancanza di trasparenza all'interno della struttura militare ad aver favorito lo sviluppo di gravi deviazioni, destabilizzanti il Corpo della guardia di finanza e le stesse istituzioni dello Stato, come la cronaca continuamente ci conferma.

Nel 1995 e ancora nel 1999 i radicali per due volte promossero, con successo, un referendum abrogativo popolare per la smilitarizzazione del Corpo della guardia di finanza.  La Corte costituzionale, rispettivamente con la sentenza n. 30 del 1997 e con la sentenza n. 35 del 2000, impedì ai cittadini di esprimersi sul quesito, dichiarando l'inammissibilità dello stesso.

Il 7 gennaio 1991 il leader radicale Marco Pannella lanciò un appello ai gruppi democratici per la presentazione di un progetto di legge «per la smilitarizzazione e la professionalizzazione dei carabinieri e dei finanzieri, sia per il funzionamento dello Stato, sia per salvare i componenti delle due Armi dal duplice assalto della criminalità mafiosa e di quella politico-militarista. Tenere legati non alla deontologia ed alla capacità professionale di tutori dell'ordine e degli interessi dello Stato e dei cittadini carabinieri e finanzieri, ma costringerli istituzionalmente all'obbedienza militare, contro o al di fuori dell'obbedienza alla giustizia ed alle leggi, premiare i peggiori e colpire i migliori, attrezzarle come esercito, e non come polizia e come amministrazione, è quanto si ottiene e si vuole ottenere rifiutando questa riforma. Non vi sarebbe stata la sequela di menzogne, di reticenze, di falsità, di complotti, di false testimonianze, di complicità con i politici di ogni mafia e obbedienza, con l'esecutivo invece che con il diritto e la coscienza, da De Lorenzo in poi, che ha fatto dei vertici dell'Arma dei carabinieri, per decenni, un modo di vivere; non vi sarebbe stata la situazione esplosa con i delitti dei Comandanti della Guardia di finanza, alla Lo Prete ed alla Giudice, senza il carattere militare delle due Armi. L'incredibile passività, per non dire altro, del Parlamento nei confronti della deposizione, nelle scorse settimane, del generale Ferrara, è un sintomo di quanto occorra intervenire perché carabinieri e guardie di finanza non si trovino a dover combattere sotto il duplice attacco della malavita e dell'aberrante sistema istituzionale nel quale sono costretti, e da vittime, ad operare».

Quell’appello è oggi più che mai attuale e i fatti di questi giorni, i coinvolgimenti tra politici e alti ufficiali del Corpo dei finanzieri hanno riacceso le polemiche intorno alla neonata forza armata. Quanto accade conferma i timori di quelli che, come me, e prima di me tanti altri, si sono sempre detti contrari ad accettare un solo altro passo compiuto in senso opposto alla logica e all’Europa.

Da oltre un anno è conservata nei cassetti delle Commissioni Difesa e Finanze della Camera dei Deputati la nostra proposta di legge 3276, «Delega al Governo in materia di istituzione del Corpo della polizia tributaria, di nomina del Direttore generale di tale Corpo e di transito del personale del Corpo della guardia di finanza nel medesimo», presentata dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del Partito per la tutela dei diritti di militari e Forze di polizia (Pdm), volta ad attualizzare alcune disposizioni di carattere ordinativo e funzionale relative al Corpo della guardia di finanza, tenendo anche conto delle particolari peculiarità e dell'assetto organizzativo generale della pubblica amministrazione, in piena coerenza e a completamento dell'assetto delineato dalla legge delega n. 78 del 2000 e dai relativi decreti attuativi che hanno confermato e rafforzato il ruolo del Corpo quale Forza di polizia a competenza generale in materia economica e finanziaria alle dirette dipendenze del Ministro dell'economia e delle finanze e con compiti ad elevata specializzazione.

Smilitarizzare il Corpo significa sottrarre i finanzieri al dovere di cieca obbedienza alle gerarchie che con il potere della subordinazione li costringono alla riservatezza e all’obbedienza al capo, e non alla Legge. Riportare il Corpo della Guardia di finanza all’interno della società civile equivale a rimetterlo al sevizio degli interessi dei cittadini e dello Stato. Diversamente continueremo a dover ancora assistere a deprecabili deviazioni, a "guerre tra bande", nell’impotenza dello Stato vittima della partitocrazia che da 60 anni lo affligge.

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