Bare di cartone, liquefazione e compost: funerali in versione eco

Che il tuo caro estinto diventi diamante o che le sue ceneri vengano spedite nello spazio o che, incapsulate in bio-urne da piantare nei boschi, diventino alberi, siamo sempre nella nuova frontiera dell’aldilà. Nel mondo terreno le idee funereo-ecologiche ormai si sprecano e dunque anche tutto ciò che coinvolge la cura dei morti ha ora il suo lato green. Da qualche tempo si parla, infatti, di funerali ecologici, bare eco-compatibili, eco-sepolture.

“Vedi quella betulla? È la nonna”. Capsula Mundi è un contenitore biodegradabile ovoide, dove adagiare il corpo in posizione fetale o conservare le ceneri, che, messo a dimora come un seme nella terra, può trasformarsi nell’albero scelto in vita dal defunto. “Che albero vuoi diventare?” chiedono Anna Citelli e Raoul Bretzel, suoi ideatori. Quercia? Ulivo? Eucalipto? Ciliegio? Betulla? Di certo c’è che l’idea piace. “L’adoro. Avrei sempre voluto essere un albero una volta morta. Ho spiegato ai miei cari come voglio essere sepolta, che decomponendomi fertilizzerò un albero che mi farà vivere ancora e respirare per sempre. È un’idea bellissima” scrive Gayle dal Regno Unito. E con Gayle sono d’accordo altri utenti dei social, dove il progetto dell’uovo-bara, simbolo di un diverso approccio alla morte, è pubblicizzato. Niente più cimiteri con lapidi in pietra, ma alberi per farne boschi sacri dove passeggiare e portare i bambini a riconoscere le varie specie.

In Olanda la Vanderder Lans & Busscher BV, un’agenzia di pompe funebri con il pallino per l’ecologia, ha trasformato una Tesla Model S a batteria per farne un’auto per funerali ecologici. La metamorfosi è stata curata dalla RemetzCar che ha tagliato in due l’automobile, rimosso la batteria, allungato di ottanta centimetri la vettura per ricavarne un vano posteriore a vetri per la bara, ricollocando, quindi, la batteria. All’agenzia olandese di certo non manca la fantasia. Il suo parco di carri funebri è sorprendente: si va dai modelli classici al carro funebre caravan, dal furgone Volkswagen modello figli dei fiori con porta-bara sul tetto ai macchinoni rosa confetto o con coloratissimi graffiti. Ciliegina sulla torta, la bici con carrello posteriore: se amate pedalare, odiate lo smog – fossero anche le emissioni di CO2 di un carro funebre – e volete accompagnare personalmente il caro estinto all’ultima dimora, ecco una soluzione innovativa.

A Venezia il funerale classico è, invece, in gondola. Qui, tempo fa, l’agenzia di onoranze funebri Pagliarin, una tra le più antiche della città, ha, ad esempio, organizzato il primo funerale ecologico veneziano con bara di cartone e urna di mais. Fra disbrigo di pratiche mortuarie e cimiteriali per sepolture, esumazioni, rito di cremazione con dispersione delle ceneri in laguna, trasporti funebri da e per l’estero, servizio a domicilio di vestizione salma e allestimento camera ardente, fornitura di lapidi e tombe, addobbi con fiori, corone e cuscini, tra le soluzioni di rito funebre di casa Pagliarin c’è, infatti, il servizio di funerale ecologico pensato, oltre che per proteggere il portafoglio dei vivi, per tutelare l’ambiente e garantire decoro a pompe funebri e cremazione: “La cassa mortuaria” così, l’agenzia veneziana “è formata da materiale biodegradabile in cartone e cellulosa, non inquinante a causa delle vernici che, bruciando, possono emettere fumi dannosi. Il costo del funerale, ovviamente, viene ridotto anche se in apparenza l’aspetto è simile a quello del legno, grazie alle lavorazioni che lo rendono con le sembianze di frassino, ciliegio, rovere, eccetera. Anche l’urna delle ceneri può essere biodegradabile con derivati del mais, per lo spargimento in laguna dopo la cremazione”.

Bare e urne, purché ecologiche: una torta che anche le agenzie di pompe funebri italiane hanno iniziato a spartirsi. A Pesaro, ad esempio, l’agenzia Ala Nuova propone casse e urne ecologiche, le prime verniciate ad acqua o in legno grezzo oltre a un nuovo modello eco-friendly realizzato con uno speciale polimero, le seconde in legno, pietra, argilla o gesso pensate per chi voglia “vedere le proprie ceneri disperse in mare, un ritorno della vita alla vita, un’idea pensata nel rispetto dell’ambiente e della nostra Madre Terra”. Perché scegliere una bara ecologica? “Le casse in legno verniciato” spiegano i titolari “bruciando, producono esalazioni inquinanti dati i prodotti chimici contenuti. Le bare in legno grezzo o verniciate ad acqua permettono la riduzione delle emissioni di diossina e risolvono il problema dello smaltimento e della bonifica del terreno, perché il legno in 40 anni marcisce, mentre le vernici rilasciano sostanze inquinanti nelle falde acquifere. La saldatura a freddo consente alla famiglia di assistere al momento della chiusura. La tradizionale saldatura a caldo dei manufatti in zinco sprigiona, infatti, fumi irritanti ed esalazioni di acido muriatico, particolarmente dannosi per la salute”.

A Milano, dove Gaia Funeral propone funerali con bara ecologica alternativa al legno o in legno naturale privo di vernici, l’agenzia di pompe funebri Eternità offre l’ultimo viaggio terreno a bordo di bara ecologica realizzata con lastre di cellulosa ricavate da fibre naturali recuperate e rigenerate, nonché cortame di legno giuntato a pettine. Una soluzione pensata per contrastare il depauperamento forestale. “Da un metro cubo di legno si ricavano 5, 6 bare tradizionali” spiegano, infatti, i titolari “contro le 30, 35 nel caso di bara ecologica in fibra vergine. Per le bare tradizionali, il legname complessivo necessario per il fabbisogno della regione europea corrisponde a circa 7 km quadrati all’anno. Ipotizzando circa 7 milioni di decessi nel periodo indicato, il tempo necessario per la riforestazione è di almeno 50 anni, occupando un territorio di 300.000 km quadrati. Tale superficie, che andrà deforestata, è pari a quella dell’intero stato italiano”. Una bara anche con ridotto impatto sociale: “Il taglio ed il commercio illegale del legname, oltre a minacciare la biodiversità floro-faunistica e la frode fiscale, producono guadagni che vengono destinati al finanziamento di guerre intestine del terzo e quarto mondo. Diversamente da quanto accade con le massicce importazioni extra-comunitarie di bare in legno, il manufatto è totalmente italiano e allineato con i cofani in cellulosa europei in uso da sempre. Inoltre, ogni anno vengono importati in Italia da paesi extra-comunitari europei ed asiatici presumibilmente circa 120.000 bare, penalizzando circa 500, 550 posti di lavoro”. 

I vantaggi riguardano anche la cremazione. A guadagnarci è, ad esempio, il risparmio energetico: un’ora e mezza per la bara in legno, un’ora per quella in cellulosa, per cui “considerando circa 80.000, 100.000 cremazioni all’anno in Italia, con un totale di 120.000, 150.000 ore di combustione, si arriverebbe ad una diminuzione di 33.000 ore di esercizio, l’equivalente di 22.000 cremazioni in meno”. Non solo, il “mancato uso di vernici limita le incrostazioni interne al forno a beneficio dei filtri e del loro smaltimento” implicando “zero immissioni di fumi tossici in atmosfera”. Una bara eco-friendly anche qualora si opti per l’inumazione, con la “completa compostabilità” che favorisce “la mineralizzazione della salma con indumenti di fibre naturali”, nonché il “mancato intervento per il recupero delle parti molli indecomposte” e “lo smaltimento del tavolame residuo infetto”. Una bara, inoltre, rispetto a quelle tradizionali, con migliori proprietà fisiche: “Non teme la pioggia, non infracidisce con l’umidità e ha un peso limitato di 17 kg, contro i 60, 100 kg circa delle bare tradizionali”. 

Una bara così, è sicura? Sì, perché prima della loro immissione in commercio le bare ecologiche devono superare alcuni test richiesti dall’Istituto Superiore di Sanità, non così quelle tradizionali sia, spiega l’agenzia milanese, per la “presenza massiccia di vernici” che per i “consumi energetici e la provenienza del legno”.

Se bare e urne ecologiche piacciono, con prezzi spesso top secret per non avvantaggiare la concorrenza – la Società di Cremazione di Varese spiega, ad esempio, che per una bara ecologica si va dai 600 agli 800 euro – ma occhio alle truffe che corrono in particolare sui siti di e-commerce, c’è chi, invece, propone soluzioni estreme, come l’idrolisi alcalina con la liquefazione del cadavere scaldato a 180° in una soluzione di acqua e idrossido di potassio, un procedimento che se necessita di meno energia rispetto alla cremazione, prevede però costi elevati per il macchinario. 

Tra le soluzioni estreme c’è quella dell’architetto Katrina Spade che con il suo Urban Death Project, evoluzione di un’idea illustrata nel 2013 nella sua tesi in Architettura, ambisce ad accelerare, invece che contrastarla, la decomposizione del cadavere, riutilizzando in tempi rapidi il prodotto di tale trasformazione. In poche parole, compostaggio, che gli allevatori già utilizzano trasformando le carcasse del bestiame ricoprendole, per favorire il lavoro dei microrganismi, di segatura e altro materiale ad alto contenuto di carbonio. L’architetto Spade, che s’appella a una gestione più sostenibile dei cadaveri, ha, così, immaginato un edificio urbano con i cadaveri avvolti in lenzuola di lino trasportati dai parenti sulla sommità dell’edificio dove immetterli in trucioli di legno, con il cadavere, una volta trasformato in compost, consegnato ai parenti che possono utilizzarlo anche nei lavori di giardinaggio. 

Della biologa Susanne Wiigh-Masak è, invece, il progetto Promession per trasformare in compost, in maniera automatizzata, i cadaveri, trattandoli con azoto liquido per accelerarne la disintegrazione a forza di vibrazioni. Una tetra pappa quindi da liofilizzare, e analizzare per verificare l’eventuale presenza di contaminanti, e trasferire in un contenitore biodegradabile da consegnare ai parenti per la sua sepoltura e decomposizione naturale.