La Biennale di Architettura, e il finto spazio comune delle archistar

In chiusura del numero 22 della rivista alfabeta”, in edicola in questi giorni, troviamo un articolato speciale Alfarchitettura intitolato "Lo spazio come bene comune" e curato da Lucia Tozzi, che nel pezzo introduttivo (Common Ground or Battle Ground?) si interroga sulla contraddizione lampante insita nell’uso di concetti – Commons, bene comune - elaborati dal basso e dai movimenti da parte di famose archistar globali (David Chipperfield, Massimiliano Fuksas) nel contesto di una Biennale dell’Architettura molto  controversa, al di là delle apparenze.

Scrive Lucia Tozzi: “il riferimento al Comune è puramente casuale, o meglio è stato scelto per il suo appeal in tempi di austerity, ma non ha niente a che vedere con le teorie dei beni comuni. Il Common Ground di Chipperfield implica "in contrapposizione allo spazio pubblico, un territorio condiviso all’interno di un contesto di differenze. In questa visione conciliatoria la dimensione collettiva è aliena al conflitto, è uno spazio in cui, pur nel rispetto delle differenze, miracolosamente idee e interessi convergono in un punto grazie all’azione dell’architettura.”

Questo del  "riposizionamento" sta diventando un problema piuttosto diffuso in tutti i territori culturali, del nostro Paese e non solo. Architetti, artisti, registi, persino musicisti riorientano il proprio sguardo e il proprio approccio alle cose della ‘realtà in base ad una rimasticatura mediatica di idee piluccate qua e là dal dibattito pubblico, e dai molti discorsi che si sono affacciati all’arena pubblica negli ultimi mesi e anni.

Del resto, questo è forse l’inizio di un processo già ampiamente previsto da David Graeber, antropologo alla Goldsmith University di Londra e uno dei pensatori di riferimento di Occupy Wall Street: “è probabile che nel tempo i capitalisti si risolleveranno, metteranno insieme i cervelli, smetteranno di litigare e cominceranno a fare quello che fanno sempre: iniziare a rubacchiare le idee più utili dai movimenti sociali schierati contro di loro (mutuo soccorso, decentralizzazione, sostenibilità) così da ridurli a qualcosa di sfruttabile e orribile” (Contro il capitalismo kamikaze, in La rivoluzione che viene, Manni 2012).

In Italia, questo riposizionamento collettivo delle figure dominanti nello scenario culturale e politico assume ulteriori sfumature: si carica, cioè, dell’eterno gattopardesco atteggiamento “cambiare tutto, perché nulla cambi”, e della dissociazione collettiva che ci caratterizza non da qualche anno o da qualche decennio, ma da qualche secolo. Il distaccare costantemente, cioè, ciò che si pensa da quello che si afferma pubblicamente, e ciò che si dice dalle proprie azioni.

Vivere dunque in uno stato di perenne schizofrenia, individuale e collettiva, che impedisce alla radice ogni reale avanzamento e progresso, ogni vera soluzione dei problemi che si affacciano quotidianamente, e drammaticamente, alla sfera pubblica. Proprio perché, nel momento stesso in cui si dice di voler affrontare e risolvere quei problemi – l’erosione dello spazio comune, la corruzione, il precariato cognitivo e non – si rimuovono accuratamente le loro cause. Il tutto è reso ancora più grave dal fatto che, spessissimo, gli agenti di questa rimozione sono essi stessi le cause.

Così, la scena penosa delle archistar che – nel bel mezzo della più grave crisi socio-economica dopo gli anni Trenta (e tra un po’ persino questo riferimento rischia di impallidire) – pontificano su un ipotetico spazio comune sul quale vengono prese decisioni che di comune non hanno proprio niente, quelle stesse archistar che fino a pochi mesi fa costruivano mastodontici monumenti al Nulla, corrisponde più o meno all’ennesima, gigantesca finzione. Comica, se non fosse tragica.

Del resto sempre David Graeber, nel suo illuminante pezzo dal titolo Rivoluzione e senso comune (pubblicato nel medesimo numero di alfabeta2) ci mette chiaramente in guardia dal potere di persuasione delle forze in campo, ieri come oggi: “Mi sembra che siamo entrati in un momento storico nel quale la battaglia per il senso comune sia diventata strategicamente più importante di quanto non sia mai stata in passato. La ragione, in realtà, è molto semplice: il senso comune è diventato il terreno di scontro preferito del capitale.”