Alessia Filippi e il nuoto precario dell’Italia che va in vasca lontano dal clamore mediatico

Mentre la nazionale italiana di nuoto alle Olimpiadi affonda in un mare di dubbi, di incertezze e di preparazioni, sommersa dagli errori (dopo essere stata ricoperta di gloria quattro e otto anni fa), Alessia Filippi, una delle protagoniste assolute di questo sport a livello nazionale e internazionale, ha squarciato il velo dell’ipocrisia. Rivelando che dal mese prossimo non sa come tirare avanti, per colpa di conteggi sbagliati e di lungaggini burocratiche: dovrà trovarsi un lavoro normale, e con ogni probabilità rinunciare ad una carriera che le ha dato e ci ha dato tante insoddisfazioni. È precaria, nel senso più vero, triste e crudo del termine. Una nuotatrice olimpionica è precaria.

Ora, sorvolando per un attimo sul caso particolare, va detto che non c’è probabilmente quasi nulla, e nessun esempio di questa Olimpiade della Crisi 2012, che più di questo riesca ad illuminare la zona d’ombra tutta italiana dello scompenso e dello squilibrio tra merito e ricompensa. Quale tranquillità, infatti, può conservare un’atleta che non sa quale sarà il suo futuro immediato non tra uno, due, quattro anni (il che ci potrebbe anche, al limite, stare), ma tra un mese? In queste condizioni non è possibile, come è facile capire, alcuna pianificazione di medio-lungo termine, alcuna visione ampia, nessuna strategia complessa. È un continuo navigare a vista.

Allora, il ‘gossip’ e l'aura spettacolare che da mesi avvolgevano la coppia ex-d’oro Pellegrini-Magnini assume in quest’ottica tinte ben più fosche di quelle che intravedevamo prima, nella luce dei successi sperati e persino attesi. In un Paese, infatti, in cui tutti gli atleti di ogni disciplina devono far parte di un corpo armato (Fiamme Gialle, Carabinieri, Polizia) che garantisca loro uno stipendio dignitoso e la possibilità di allenarsi regolarmente; in un Paese cioè dove latitano clamorosamente quelle strutture e quei contesti - statali, pubblici - in grado di costruire attorno ai talenti sportivi l’habitat giusto, salutare, competitivo per fiorire e crescere professionalmente; in un Paese che nello sport come in ogni altro settore (cultura, istruzione, economia, politica, infrastrutture, patrimonio storico-artistico ecc.) vive continuamente una disastrosa “cultura dell’emergenza”, una cultura talmente radicata da aver fatto da tempo di questa stessa emergenza la norma e la normalità, come possono apparire ed emergere con continuità e solidità i risultati sorprendenti e le eccellenze?

Risultati ed eccellenze hanno bisogno di ecosistemi adeguati per crescere, svilupparsi ed affermarsi; al contrario, negli ambienti ostili non solo non crescono, ma appassiscono e scompaiono. Gli effetti immediati di questo processo, del resto, sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti nell’Italia di questi mesi. E non solo alle Olimpiadi.