"Romanzo di una strage": due generazioni italiane e i loro fantasmi

Diradatosi il polverone sollevato dal film di Marco Tullio Giordana sulla strage di Piazza Fontana – sollevato, nella maggior parte dei casi, preventivamente, cioè addirittura prima della visione del film, nella migliore tradizione peraltro della nostra stampa generalista – è forse possibile, e utile, articolare qualche riflessione pacata su quest'opera. Ovviamente, Romanzo di una strage si inserisce in un percorso molto coerente dell'autore, che parte addirittura nella fase terminale, e forse più atroce, dei cosiddetti "anni di piombo" (con Maledetti vi amerò, 1980, e La caduta degli angeli ribelli, 1981), registrando e vivisezionando in diretta le fratture cheattraversano la psiche collettiva dell'Italia di  quel periodo (e di tutti i successivi), e che le stesse fratture tenta di ricomporre attraverso un progetto "memoriale" piuttosto unitario e compatto, soprattutto con La meglio gioventù (2003). Va ricordato che la squadra di sceneggiatori, composta da Rulli e Petraglia, è impegnata da anni in questa operazione di scavo (per esempio, con La prima linea, 2009, di Renato De Maria).

Il difetto, sostanzialmente, coincide con quello che da un punto di vista completamente diverso è anche il punto di forza dell'intero percorso. Cinematograficamente, infatti, lo "scavo" è abbastanza inefficace, lavora poco o pochissimo in profondità: perché il punto di vista è "televisivo". Vale la pena di ricordare che proprio La meglio gioventù nasceva come miniserie per la tv, trasportata successivamente sullo schermo. Solo che la natura della rappresentazione televisiva è molto diversa da quella offerta dal cinema, diametralmente opposta anzi ad essa. Lo spiega molto bene Walter Siti in Troppi paradisi (2006): "La tivù non solo impagina la realtà che ti è consentito vedere, ma fa diventare 'reale' quello che hai sognato al cinema, impaginandoti anche i sogni. Il cinema conservava ancora, al momento del suo massimo splendore, la fondamentale duplicità umana: da un lato la realtà informe, bruta, puzzolente, dall’altro l’evasione, l’assoluto, il divino. Lo specifico della televisione è l’avvicinamento (fino alla confusione) di questi due piani: la televisione non ti fa evadere, può permettersi di essere una ‘finestra spalancata sul reale’ perché nel frattempo il reale gli si è ‘spiritualizzato’, diventando tivù-compatibile".

Romanzo di una strage ricade pienamente in questo equivoco di fondo. Come opera legata alla memoria contemporanea, tesa ad agganciare chi quei fatti li ha vissuti (i cinquantenni e i sessantenni di oggi) e chi non ne sa nulla o quasi (i ggiovani) attorno ad una visione comune e condivisa. Solo che questa visione si nutre – forse inevitabilmente, forse no – di una semplificazione pazzesca. Gorghi storici e intrecci diabolici del passato si distendono e vengono ridotti, abilmente ma sterilmente, alle condizioni del presente: il prezzo da pagare è l’elusione e l’erosione degli elementi più disturbanti e irriducibili del passato. Nel momento stesso in cui "vediamo" gli anni Settanta (il grigiore cupo, i fascisti con i Ray-ban che sembrano versioni in sedicesimo di quelli, terrificanti nella loro banalità, di San Babila ore 20: un delitto inutile, 1976) essi si dissolvono: Milano non c'è se non in sprazzi fugaci, l'Italia non c'è se non nelle immagini televisive impresse nella memoria collettiva del funerale imponente, la societàè incapsulata nelle canoniche scene di manifestazioni e botte poste nell'introduzione (un altro prelievo, in questo caso di Sbatti il mostro in prima pagina, 1972).

Allora, possiamo provvisoriamente individuare il difetto principale di questo film sugli anni Settanta, di questa ricostruzione, proprio nel legame dichiarato con il cinema d’impegno civile degli anni Settanta: quello di Damiani Damiani, di Elio Petri, di Carlo Lizzani, di Marco Bellocchio tra gli altri. La forma viene, almeno in parte, rispettata. Solo che lo stile, in questo caso, è sganciato dall'urgenza, dalla visione completa e definita (“partigiana”, avrebbe detto Gramsci) dell’autore, che informa tutti i frammenti e l'intera struttura narrativa.

L'energia interpretativa, violenta e spiazzante, che percorreva quei modelli qui viene sostituita da un'intensità bassa, da una corrente piana che tutto vede ma che non afferra niente. Che non riesce ad inserire i dettagli in un tutto organico, perché per il tutto organico c'è bisogno di una mente – individuale e collettiva – che sia molto molto interessata a questo tutto, e sostenuta in questo interesse da un sistema morale che ha come tensione fondamentale la famosa "ricerca della verità".

Romanzo di una strage? testimonia ?la difficile strategia di negoziazione tra due generazioni italiane e i loro fantasmi? - A modo suo, Romanzo di una strage (insieme a molti altri oggetti narrativi, letterari, artistici, storiografici degli ultimi anni) testimonia già adesso, e testimonierà ancora di più negli anni a venire, la difficile strategia di negoziazione tra due generazioni italiane e i loro fantasmi.