Ci aspettano tempi durissimi: la nostra è una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista

Ci aspettano tempi durissimi. Non tanto, o almeno non solo, a causa della crisi e degli sconvolgimenti a cui stiamo assistendo. Ma perché sembriamo paurosamente inadeguati e impreparati a questa radicale trasformazione che stiamo attraversando. Il disprezzo delle regole – non solo quelle del codice, ma anche e soprattutto quelle del vivere civile - regna sovrano, indisturbato. E le regole sono disprezzate per una semplice, terribile ragione: perché è molto diffusa la consapevolezza che la trasgressione non comporti quasi nessuna punizione, e che non occorrerà mai risarcire niente di niente, né vergognarsi. Anzi, il disprezzo delle regole è divenuto da lungo tempo ormai una sorta di status symbol, qualcosa da esibire con arroganza e sfacciataggine: “vedete come sono bravo, non sono mica uno sfigato come gli altri, convinti che sia meglio rispettare la fila, agire secondo le norme! Poveracci! Le norme non esistono, e se esistono è appunto per essere infrante!

Questa, in sintesi, la filosofia deforme che ha articolato la realtà – la distopia realizzata - in cui stiamo vivendo. Di fatto, è come se si stessero perpetuando ancora oggi schemi mentali e modelli comportamentali che appartengono al passato (più o meno lontani), e che peraltro sono proprio quelli che ci hanno portato allo sfascio attuali - innegabile perché sotto gli occhi di tutti.  Schemi e modelli che, però, sono paurosamente inadatti all’epoca appena iniziata: nel mondo nuovo, costituiscono la ricetta sicura per il disastro. Se ci si accorge che determinate griglie concettuali e morali non funzionano – e non funzioneranno mai, e in fondo non hanno mai funzionato, e sono per di più dannose – è stupido insistere ad applicarle. Significa voler sprofondare ancora di più nel baratro.

La distopia realizzata presuppone anche, e soprattutto, il suo riconoscimento. Per individui calati completamente nel contesto distopico, risulta impossibile rintracciarne e decifrarne la negatività, perché manca del tutto il termine di paragone, il riferimento: così, assistiamo al tragico paradosso di lavoratori – soprattutto giovani – che accettano supinamente condizioni inaccettabili perché non sanno che si stanno ledendo gravemente i loro diritti costituzionali (o se lo sanno, fanno valere la regola del “ma io che ci posso fare? le condizioni che ho trovato sono queste”, altresì conosciute come: “o accetti la minestra, o ti butti dalla finestra”).

Oppure, il paradosso di cittadini che accettano di farsi spogliare dei beni comuni (i beni, cioè, di tutti e di nessuno); che accettano come una faccenda indiscutibile, quasi una verità rivelata, il fatto che il ‘mercato’ (ma, come riconobbe l’economista e diplomatico John Kenneth Galbraith ne L’economia della truffa, 2004, sarebbe meglio usare non il termine neutro, ma quello preciso e corretto: il capitale) abbia diritto pressoché insindacabile di vita e di morte su intere società e nazioni, e che possa addirittura influenzarne pesantemente l’esistenza presente e futura, condizionandone le scelte politiche ed economiche.  

La distopia realizzata è il mondo al contrario: l’inferno morale calato sulla terra, sotto sembianze falsamente ‘normali’. È la normalizzazione dell’anormalità assoluta. Così, per inverso, accade che chi continua – nonostante l’impazzimento generale che sembra imperversare in questi giorni e in questi mesi, in ogni settore e ad ogni livello della vita quotidiana collettiva – a ragionare lucidamente con il proprio cervello, e a considerare pazzesche e criminali concetti ormai diffusi e comunemente accettati, si trovi disperatamente in minoranza.

Che senta fortissimo, oggi, il senso di appartenere ad un universo di senso affatto diverso da quello dominante, e che il suo mondo/modo una volta era – e continua ad essere – quello giusto. Quello delle cose giuste. Dei diritti acquisiti, della logica lineare e non distorta, del pensiero e della critica (e non della supina, robotica accettazione di ogni sopruso). È una situazione drammatica, anche se non inedita – soprattutto se ripercorriamo la storia d’Italia, quella recente e quella più lontana.

Come ha scritto Ermanno Rea ne La fabbrica dell’obbedienza (Feltrinelli 2011): “E dire che a inventare il cittadino responsabile siamo stati noi italiani! Accadde molti secoli fa, tra il Trecento e il Cinquecento, con l’Umanesimo e il Rinascimento. Fu una lunga stagione di gloria che durò non meno di centocinquant’anni; poi, lentamente, furono spente tutte le luci che erano state accese e, tra roghi e altre forme di violenta repressione, la Controriforma espulse dall’Italia quell’homo novus e appena plasmato sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera della sottomissione e della rinuncia a ogni forma di autonomia di pensiero. Siamo condannati a restare per l’eternità figli della Controriforma?”