L’Aquila, tre anni 3 dopo il sisma, è la capitale spettrale d'Italia

Come ogni volta che una distopia si realizza, visitando L’Aquila si assiste attoniti allo svolgersi – ancora una volta, incredibile, eppure così reale, così vero – dei suoi corollari.

Paradossalmente, infatti, in questo posto reso invivibile dall’incapacità e dall’ignavia colpevole di chi doveva decidere e agire con la massima solerzia, gli affitti senza alcun controllo sono schizzati alle stelle (!!!). E nel centro disabitato, distrutto, fioriscono i locali, dal momento che si tratta dell’unica città d’Italia dove si può sparare al massimo il volume della musica per le strade. Il tasso di alcolismo ha subìto un sensibile incremento, e in ciò che resta del centro storico, il giovedì e il sabato sera, regna un’atmosfera surreale, agghiacciante, a metà tra 1997: fuga da New York e la Detroit di Robocop. Tu cammini, prendi una birra o un cocktail, chiacchieri, e improvvisamente ai lati del corso si aprono squarci neri di distruzione e devastazione.

Eppure, non bisogna osservare con distacco supponente questo fenomeno (insieme agli altri che caratterizzano l’intero processo post-sisma, come per esempio le new town), quanto piuttosto considerarlo con partecipe preoccupazione: l’Aquila è, in questo momento, la capitale spettrale d’Italia. L’Aquila è la mappa fondamentale dell’Italia - e dei suoi fantasmi.

La desolazione che vi regna è la stessa che domina la vita dell’intero Paese, al di là della pervicace volontà collettiva di continuare a vivere – contro ogni evidenza – nel territorio della rappresentazione e della finzione. L’Italia è un Paese in macerie: le macerie del patrimonio storico-artistico, delle istituzioni, della politica, dell’economia, della produzione e della fruizione culturale, dell’informazione. Le macerie di una società, che ha espulso dalla percezione individuale e collettiva l’idea stessa del “noi”, e in cui tutti sono ridotti a “mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua” (Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986).

Questo è una nazione che ha un bisogno disperato di ricominciare a credere in se stessa: L’Aquila è la nostra vera capitale, nel senso che è il punto imprescindibile da cui partire in questo momento, e da cui avviare questa ricostruzione, insieme materiale e immateriale. La nostra città-martire, con il suo dolore e la sua immensa dignità, puoi insegnarci dove trovare la forza di ricominciare. Può indicarci la via per comporre e articolare il nuovo sistema morale di riferimento – che poi è e deve essere lo stesso di cinquanta, sessanta anni fa, opportunamente aggiornato alle esigenze ed alle sfide del XXI secolo – attorno ad alcuni valori fondamentali: la condivisione, la collaborazione, la consapevolezza, la generosità, la dignità, la responsabilità.

L’Aquila ha bisogno di noi, così come noi abbiamo bisogno de L’Aquila. L’Aquila è il nostro specchio. Se sapremo comprendere che d’ora in poi le cose potranno finalmente andare meglio solo e soltanto attraverso l’impegno e l’assunzione di responsabilità di ognuno -  impedendo d’ora in poi che siano altri a scegliere per noi e al posto nostro - potremo finalmente conferire nuovo senso alla storia che stiamo attraversando, renderla decifrabile per noi e per le generazioni successive: e tutto dovrà iniziare da L’Aquila
e dal suo prezioso contesto sociale, dal suo salvataggio come città e come comunità, dalla correzione rapida di scelte drammaticamente sbagliata e dall’adozione immediata di scelte efficaci e condivise con la popolazione. Dall’inversione di rotta, e dalla diffusione salutare di giustizia e di civiltà. Dal non permettere mai più, d'ora in poi, che si continui a rimuovere la questione de L'Aquila dall'agenda nazionale e dall'immaginario collettivo, escludendo dallo sguardo il 'buco nero' che ha inghiottito questa realtà tre anni fa, e lungo gli ultimi tre anni.

La preziosità misteriosa de L’Aquila, oggi, risiede proprio nell’essere – con tutta la sua sofferenza, con tutta la sua bellezza, con tutta la sua dignità – il nucleo vivente (vivente: nonostante tutto, al di là di tutto) di ciò che l’Italia potrebbe essere e diventare, nell’immediato futuro (e di ciò che purtroppo non è ancora). L’Italia ricostruita, nell’anima e nell’aspetto, potrebbe illuminare questo secolo, disseminarlo di cose e idee folgoranti, di ambienti floridi, ricchissimi, colorati e stimolanti.

Un luogo fisico e mentale, geografico e culturale di cui finalmente non vergognarsi. Ma di cui essere fieri e orgogliosi.