Il 1985 “sbagliato”, la distopia realizzata & l’eterna zona grigia

Ricordate quando, in Ritorno al Futuro-Parte II (1989), Marty McFly piomba nel 1985 “sbagliato”, e distorto? Un despota assoluto spadroneggia su uomini e beni: Biff Tannen, a cui il se stesso anziano ha consegnato il mitologico Almanacco dello Sport. Biff ha trasformato una cittadina più o meno ridente in un incubo a cielo aperto, una distopia realizzata, modellata a propria immagine e somiglianza: tra degrado urbano e giganteschi casinò, gang scatenate e crimine fuori controllo, Marty con l’aiuto di Doc dovrà riportare in casa sua l’ordine perduto. Modificando radicalmente la linea temporale. Il giovane e incredulo protagonista – a partire da una scena esattamente speculare a quella del suo ingresso nella piazza principale del 1955 – affronta un paesaggio urbano e sociale fatto di degrado pauroso, di sopraffazione e di squilibrio. Deregolamentazione totale a favore di un privato, e della sua proprietà. Anarchia.

Il tessuto umano ed economico della comunità è andato infatti a farsi benedire, a favore di un’economia predatoria unicamente ed ossessivamente concentrata sul gioco d’azzardo; le strade vengono spartite tra senzatetto e gang criminali, mentre non c’è più alcuno spazio, né posto, per i cittadini (tranne quei pochi che vivono assediati e terrorizzati nelle loro case). Il concetto stesso di comunità e di cittadinanza è completamente evaporato, a favore di un sistema oscuro e spietato, basato sul privilegio e sulla rapina. Un sistema che ha abolito ed espulso qualsiasi nozione di legalità minimamente condivisa, e che si è consegnato armi e bagagli alla volontà distorta di uno (a discapito di tutti gli altri).

Non vi ricorda niente? Non assomiglia terribilmente all’Italia di questi tempi? Nel corso degli ultimi trent’anni, abbiamo permesso – tutti quanti, nessuno escluso – che una classe disgustosa di profittatori e di prepotenti crescesse e fiorisse, comodamente protetta dal potere e addirittura dalla legge. Abbiamo lasciato che la piaga dello sfruttamento si infiltrasse in ogni pertugio e in ogni ambito della vita collettiva, produttiva, economica, intellettuale. Il lavoro – unico e solo fondamento della Repubblica italiana, come recita la Costituzione – è stato progressivamente svilito, umiliato, offeso, sommerso.

Ridotto a pratica svuotata di senso e di gratificazione, priva di ogni nesso con la vita reale e con l’esperienza esistenziale di ogni individuo. Tutto questo è accaduto perché chi doveva decidere e vigilato ha permesso che accadesse: ha omesso di intervenire, ha guardato sistematicamente dall’altra parte. Così, dopo i primi sfruttatori sono arrivati anche gli altri, più piccoli e incarogniti, privi anche – per così dire – della grandezza del male. Esseri miserabili, poverissimi di spirito, fondamentalmente e disperatamente amorali, disposti a illudere, imbrogliare e sfruttare (facendo leva sul bisogno e sulla fiducia, evidentemente mal riposta) i loro stessi coetanei: i loro fratelli.

Novelli kapò e maestri indiscussi di quella “zona grigia” dell’anima umana, lucidamente e mirabilmente descritta nel 1986 da Primo Levi ne I sommersi e i salvati (e indagata di recente anche da Franco Cassano ne L’umiltà del male): “L’ingresso in Lager era… un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il ‘noi’ perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua.

Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è
preparati.”