Boni e le dimissioni mancate: alla faccia delle "interferenze"

È di questi giorni la notizia che Davide Boni, presidente leghista del Consiglio regionale della Lombardia, è indagato per corruzione: la procura lo accusa di aver intascato oltre un milione di euro. Tangenti presunte, certo, e ancora da dimostrare; ma oggi il politico ha annunciato che non si dimetterà dalla sua carica istituzionale. Praticamente, in Italia è di fatto impossibile ottenere le dimissioni di chiunque, a qualsiasi livello: qualunque sia l’entità e la gravità dell’accusa, il rappresentante rimarrà imbullonato alla sua poltrona, superando ogni nozione conosciuta di dignità, di onore, di opportunità. Tanto per ribadire cose che dovrebbero essere scontate (e che scontate, purtroppo, in questi anni disgraziati non sono) si dovrebbe avvertire immediato ed impellente l’obbligo di fare un passo indietro, per difendersi meglio dalle accuse e per trarre d’impaccio e d’imbarazzo l’istituzione che si rappresenta. E che è di tutti – non di pochi, o peggio, di uno solo.

Franco Cassano ha fotografato con grande precisione, qualche giorno fa, questa situazione di grave delegittimazione della politica, rintracciandone le cause storiche: “Nel nuovo quadro dell'economia globalizzata il… compito principale [della politica] non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale; essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare. È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità: le loro ‘disinvolture’ etiche, che le ideologie avevano permesso di riscattare e trasfigurare, non possono più nascondersi sotto la gonna di una grande giustificazione. E questa politica degradata e improduttiva appare al senso comune sempre più solo come lo strumento attraverso cui una ‘casta’ custodisce la propria auto-riproduzione” (in Egonomia: così l’individuo senza società ha cancellato la politica, "la Repubblica", 2 marzo 2011).

Non dappertutto, però – anzi, per la verità, non ci sono quasi equivalenti dell’Italia da questo punto di vista, almeno nel mondo occidentale – funziona nella stessa maniera. È di un mese fa, per esempio, la notizia (da noi passata, ovviamente, quasi sotto silenzio…) delle dimissioni del ministro dell’Energia inglese, il liberaldemocratico Chris Huhne. Il motivo? Avrebbe tentato di addossare alla moglie una multa per eccesso di velocità. Avete capito bene. Né corruzione, né concussione, né abuso d’ufficio: una multa. “La sostanza delle accuse è che tra marzo e maggio del 2003 il signor Huhne, che avrebbe commesso un reato superando il limite della velocità, fornì informazioni false agli investigatori dicendo che fu la signora Pryce a guidare l'auto e lei ha confermato il falso", ha spiegato il procuratore Keir Starmer” (Corriere della Sera, 3 febbraio 2012).

“Lascio perché voglio evitare interferenze con la carica che ricopro”, scriveva in una lettera inviata al Guardian, dopo essersi dichiarato innocente, l’ormai ex-ministro. Anche in questo caso, avete letto bene: “voglio evitare interferenze”. In un Paese come il nostro, che ha fatto delle interferenze un sistema, che si regge da decenni – e da secoli - su un’imponente e minacciosa ramificazione di interferenze (conventicole, cerchie, caste, lobby, ecc.) può risultare estremamente difficile, quasi offensivo forse, cogliere appieno il senso di questa frasetta: “voglio evitare interferenze”. Ma tant’è.

La differenza tra civiltà e barbarie, tra libertà e schiavitù, tra indipendenza e miseria servile sta tutta qui: nella distanza che si pone tra se stessi (livello individuale, privato) e la carica che si ricopre (livello collettivo, pubblico). Nell’impossibilità effettiva di proporre al proprio gruppo di riferimento ed agli elettori di rimanere al proprio posto dopo un’accusa infamante (una multa, una multa, una multa…), per il semplice fatto che il caso non si dà neanche: è inconcepibile. Letteralmente.

Qui da noi, invece, il “leghista in cachemire e con la Porsche in garage” (Tg3 dixit) dice semplicemente che non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla carica che ricopre – alla faccia delle interferenze  con la carica stessa (in questo caso gigantesche, mastodontiche, paralizzanti). E nient’altro? Ah, sì: si è dichiarato “estraneo ai fatti”. Estraneo alle interferenze.

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