L’intellettuale nell’Italia contemporanea, una figura in estinzione perché troppo scomoda

Poco prima che morisse, ad Hunter S. Thompson chiesero perché non ci fosse più spazio, all’interno del sistema mediatico e informativo post-11 settembre, per il giornalismo d’inchiesta. Lui rispose, sornione e acutissimo come sempre: “Di spazio ce n’è un sacco: è che pochissimi sono disposti ad occuparlo.”

La medesima considerazione la si potrebbe tranquillamente fare riguardo al ruolo, alla funzione ed alla condizione dell’intellettuale nell’Italia contemporanea. Da anni (e da decenni), infatti, ci spiegano che nel nostro Paese non esistono più i cosiddetti “intellettuali di riferimento”. Figure creative autorevoli e potenti, in grado di orientare ed illuminare (non guidare) l’opinione pubblica su temi specifici e sulla visione generale.

Le ragioni di questa (supposta) scomparsa sono tra le più varie: la principale tra esse è che la Società dello Spettacolo avrebbe espulso dal suo corpo mistico questa figura tutto sommato scomoda, noiosa ed inservibile, relegandola in posizione del tutto marginale. Innocua.

Il bello è che a fornirci questa spiegazione sono gli stessi ex-intellettuali – o meglio coloro che avrebbero potuto diventare, una volta, un tempo, intellettuali. E che non lo sono mai stati. Che si sono (auto)ridotti al rango di pennivendoli e cortigiani, mediatori di lusso tra i vari “Signori” del caso e le platee.

C’è dunque, in tutte queste giustificazioni e spiegazioni, una puzza sospetta ma inconfondibile di autoassoluzione, di consolazione tipicamente italiota, e di excusatio non petita. Non è che si possano sempre e comunque mascherare le (pur legittime) scelte esistenziali e generazionali sotto la coltre dei processi storici e delle forze oscure che muovono il mondo. Non è che uno - dopo aver deciso di diventare opinionista in tv, editorialista calcistico o curatore da strapazzo – possa poi davvero, e credibilmente, rimpiangere di non aver eguagliato Gramsci o Pasolini (in forza d’opera e tensione morale), senza rendersi ridicolo e patetico.

Come dice Neo/Keanu Reeves in Matrix Reloaded: “Choice. The problem is choice”. E come diceva giustamente quel genio autentico di Hunter S. Thompson: “di spazio ce n’è eccome”. Si può ancora, nell’Italia di oggi, provare a trasformare il mestiere dell’intellettuale da registrazione e ratificazione ed amplificazione di decisioni già prese altrove, a reinterpretazione e ricreazione della realtà.

Certo, costa più fatica, questo è indubbio. Ma questo hanno sempre fatto gli intellettuali, in ogni epoca storica e ad ogni latitudine. E non sta scritto da nessuna parte che le cose veramente importanti, gli obiettivi impossibili, si debbano raggiungere senza sacrificio, rischio e anche, al limite, sofferenza.