La Grecia in disgregazione è la prefigurazione dell’Italia futura

Oggi, un mio amico mi ha fatto notare come in Italia ci sia un clima diffuso di sospensione. Spettrale. È come la calma prima della tempesta; prima che succeda qualcosa di grosso. C’è un’attesa collettiva, e quello che si attende non è nulla di buono. Siamo diventati cattivi, diffidenti. Impegnati solo a fregarci a vicenda. Queste non sono affatto le premesse per la ricostruzione – semmai, per l’autodistruzione (qualsiasi ipotesi concreta di ricostruzione implica, anzi, un’inversione di rotta radicale rispetto alla piega che hanno preso e stanno prendendo le cose in questo Paese). Uno dice: c’è miseria, ma almeno ci aiutiamo a vicenda, si respira la cara vecchia aria di solidarietà e generosità e semplicità. Macché: homo homini lupus, ancor più di prima (se possibile). E poi, come se non bastasse, sembra esserci la consegna del silenzio. Da un’atmosfera di accusa e demonizzazione isterica, di corpo a corpo continuo ed estenuante, si è passati all’acquiescenza totale (solo apparente?).

Eppure, accanto a noi, ad appena due ore di volo, c’è una nazione in via di disgregazione, che dovrebbe indurci a serissime riflessioni. La Grecia è la prefigurazione dell’Italia futura. Lo è stata nell’ultimo anno e mezzo, e negli ultimi mesi, con uno scarto di 6-8 mesi sul nostro presente. Abbiamo la fortuna/sfortuna di vedere, ogni giorno e ogni ora, il nostro futuro prossimo – in diretta. Ma, come Bartleby istupiditi, preferiamo di no. preferiamo fare come gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia e non vedere quello che si sta preparando. Pensare che, se ce ne stiamo zitti e buoni, il peggio passerà. Non vedere tutti i segnali che, man mano, ci si apparecchiano davanti, disegnando un quadro di micidiale e innegabile precisione.

Tanto per dire, sto scrivendo nella sala d’attesa di una delle più importanti stazioni italiane, in attesa appunto di un treno puntualmente in ritardo – a quasi una settimana dall’ultima nevicata. Il “materiale” è rotto. Tutto il materiale. Vagoni sbriciolati contorti deformati. Per la neve. Di fronte a me, c’è un senzatetto che dorme: si è rifugiato qui, perché nonostante abbia smesso di nevicare, fuori fa ancora un freddo cane. Per fortuna, non ci sono poliziotti a cacciarlo via – per ora.

Quest’uomo ha un odore terribile (strati di lerciume si sono incrostati successivamente sui jeans, sulle scarpe, sulla pelle, sul viso), ma ovviamente non è colpa sua. È colpa di una società che ha deciso di abbandonarlo al suo destino infame, che ha fatto sprofondare lui, e quelli che stanno diventando i tantissimi come lui, sempre di più nel suo e nel loro personale buco nero. Ecco, abbiamo lasciato che problemi pubblici, collettivi, diventassero questioni private. Voltandoci dall’altra parte. Facendoci infiltrare e pervadere da un’indifferenza disumana: senza che ce ne accorgessimo, questa indifferenza ci ha tolto un po’ di umanità, un po’ di calore, un po’ di empatia, un po’ di entusiasmo. Giorno dopo giorno. Rendendoci sempre meno umani.

C’è miseria. Molta più di ieri, un po’ meno di domani. C’è disperazione. C’è una bocca spalancata che urla, ma quest’urlo non si sente e non fa alcun rumore (ed è l'aspetto peggiore, forse, di tutta la faccenda), è un urlo agghiacciante perché silenzioso (come quello di Al Pacino nella scena finale del Padrino Parte III, sulla scalinata del Teatro Massimo di Palermo, con il cadavere della figlia tra le braccia).

È colpa nostra, che abbiamo accettato tutto questo. Il divenire di tutto questo. Invece di dire, semplicemente ma fermamente, “NO”. Ci meritiamo tutto quello che ci sta accadendo, e che ci accadrà. Poi magari, quando il disastro sarà compiuto, la maggior parte potrà sempre, di nuovo, dire: “Ahi, non lo sapevo! Ah, nessuno mi aveva avvertito!” Questa fase fa il paio con l’agghiacciante, atavico approccio: “è sempre stato così e sarà sempre così: provare a cambiare le cose è fatica sprecata”. Entrambi gli atteggiamenti implicano e orientano il (retro)pensiero: “se si è prodotto un danno, non sono certo stato io, ma tutti gli altri; è colpa di tutti, io non c'entro”.