Cancellieri: "No al posto vicino a mamma e papà". E allora è vizio

"Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”: dopo il Presidente del Consiglio Mario Monti, anche il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri si è lanciata, nel corso di un’intervista rilasciata a Tgcom24, nella querelle nazionalpopolare sul posto fisso. Fa davvero specie tutta questa approssimazione nell’affrontare un argomento tanto spinoso, complesso e pieno di sfaccettature.

Soprattutto, si riconosce chiaramente un metodo nelle posizioni espresse. Perché nessuno, sinceramente, sta qui a difendere modelli sociali chiaramente superati, che risalgono a condizioni economiche e sociali estinte, ed a cicli storici passati. Epperò, epperò. Ciò che non si può assolutamente fare è guardare solo un lato dell’oggetto in discussione; analizzare la questione solo e soltanto da un’unica, rigida prospettiva. Perché in questo modo si eliminano e si escludono allo sguardo, di fatto, alcuni aspetti fondamentali del problema.

Primo: lo Stato, negli ultimi dieci-quindici anni, si è trasformato di fatto in ciò che potremmo tranquillamente definire “Stato-Crono” (o “Crono-Stato”, come preferite). Che fa strage dei suoi stessi figli, di intere generazioni (due o tre come minimo, finora), sacrificandole in silenzio agli interessi di altre generazioni, e di altri gruppi sociali. Ma la storia non si ferma certo qui.

Secondo: risalendo indietro nel tempo, nelle Repubbliche e nei cicli politici, troviamo che negli anni Ottanta – sì, proprio gli stessi ‘dorati’ anni Ottanta della “Milano da bere”, dello yuppismo d’accatto e di risulta e della moda paninara, tra Timberland, Naj Oleari e Jovanotti prima maniera – quelle stesse “altre” generazioni hanno stretto una sorta di ‘patto di sangue’, scaricando irresponsabilmente sugli italiani successivi i privilegi che stavano acquisendo (tra assunzioni pubbliche, posti d’oro, baby-pensioni e mega-sprechi).

Lì risiede la vera origine del debito pubblico, lì si sono accumulati la gran parte degli oltre 1900 miliardi di euro (pari a circa il 122% del Pil italiano) che gravano e graveranno sulle nostre teste. Il paragone più calzante è quello con un padre che lascia i figli pieni di debiti: come lo considerereste, un modello genitoriale e morale? Estendete la medesima percezione alla storia recente di un’intera nazione.

Gli italiani successivi erano e siamo noi, che all’epoca eravamo appena bambini e guardavamo in tv Jeeg Robot d’acciaio, Lady Oscar e Bim Bum Bam: i più svegli magari allora leggevano e ascoltavano ogni tanto alla radio i Simple Minds e i Depeche Mode, ma di certo nulla sapevano di ciò che si andava preparando. Delle nubi oscure che si andavano addensando sui nostri capini. L’avremmo saputo dopo, molto dopo – e a nostre spese.

È la solita storia italiana delle rimozioni: come gli anni Settanta, come Mani Pulite, come il G8 di Genova e – da ultima – la tragedia de L’Aquila (intatta nella sua devastazione a quasi tre-anni-tre dal terremoto, e completamente abbandonata dall’intero sistema mediatico-informativo nazionale, se non per occasionali servizi di “costume” che fanno sembrare un fenomeno ‘naturale’ il fatto che per anni una comunità urbana venga lasciata a se stessa e alla propria disperazione).

In più, oltre alla gravità di una situazione (pluri)decennale in cui governi successivi hanno spalleggiato, coadiuvato e favorito lo sfruttamento e il ricatto, l’umiliazione collettiva (un’umiliazione, come ha scritto recentemente il romanziere Giorgio Vasta, “che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo” ), oltre a non avere la minima rappresentanza pubblica, dobbiamo anche sorbirci una classe dirigente che ci insulta da mane a sera.  Come ha affermato qualche giorno fa su Twitter Loretta Napoleoni (tra i pochissimi economisti, in Italia e forse nel mondo, che in questo momento storico sta dicendo le cose come stanno esattamente e realmente, la verità, pagandone peraltro le conseguenze): “senza un lavoro, senza un referente politico, persino derisi dalla classe dirigente questi ragazzi hanno grinta e coraggio”.

È perfettamente vero, come dice il Ministro Cancellieri, che “il mondo sta cambiando”: gli unici che sembrano non essersene accorti sono proprio i membri della classe dirigente italiana. L’Italia in questi anni è cambiata solo e soltanto in peggio, accogliendo regolarmente gli elementi deteriori della mutazione globale in corso, e rifiutandone, rimuovendone pervicacemente gli imprescindibili ‘corollari’: meritocrazia, efficienza, eliminazione degli sprechi e in generale delle eredità premoderne.

Questa società, invece di aprirsi al mondo esterno, si è chiusa sempre di più in se stessa - giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, fino all’inverosimile e al parossismo. Il mondo nel frattempo è andato avanti – nel bene e nel male – senza di noi. Che rimanevamo placidamente inconsapevoli, rinchiusi nella prigione mentale della Penisola-casetta: un po’ come la famigliola di The Others, il film diretto nel 2001 da Alejandro Amenábar.