L'obsolescenza di "X-Factor" è il segno di un sistema di valori che cambia

Fa specie incrociare in TV la nuova edizione “premium” di X-Factor: fa specie perché, nonostante la sfavillante scenografia, il ritmo scoppiettante, i frizzi e i lazzi, lo show appare istantaneamente obsoleto. Come una capsula temporale che ti riporta indietro, e senti subito che c’è uno scarto disturbante, qualcosa di invisibile ma fortissimo che non collima con il presente. Back to the future – anche se di pochissimi anni.

Qual è la ragione di questo scarto? Che cosa è successo nel frattempo? Niente, a parte l’inizio di una epocale riconfigurazione del sistema di valori che fungono da
riferimento ad un’intera collettività. Quando si parla di “riconfigurazione”, forse non è ben chiaro ciò che il termine e il concetto significano: riconfigurazione in atto vuol dire che si stanno trasformando radicalmente i tic mentali e comportamentali, che a loro volta riflettono l’immaginario culturale e sociale in cui abitano le persone di questa Italia in tempesta (sempre meglio in tempesta, però, che nelle secche…).

Tanto per fare un esempio: un’idea o un progetto nuovo, radicalmente nuovo, inevitabilmente infastidirà di brutto i protagonisti della vecchia scena politica e/o culturale e/o economica (vecchia, ma ancora largamente dominante nella società italiana). Se poi l’idea o il progetto sono proprio validi, li spaventerà. Invertendo il ragionamento, anzi, si può dire che il modo migliore per capire se un’idea è buona e funziona è valutare l’effetto che fa su coloro che appartengono in tutto e per tutto allo scadente sistema di valori che precede l’epoca appena iniziata (e che ha in larghissima parte causato il disastro con cui quest'epoca inizia). Il rifiuto totale e sdegnoso è garanzia assoluta di successo. Non c’è da stupirsi: è sempre stato così, è il processo naturale e normale; quando questo processo si è incartato – come è avvenuto negli ultimi decenni, ma anche in altri periodi della storia – sono iniziati i guai.

Ritornando a X-Factor: quelle lacrime finte ad uso e consumo di telecamera si rivelano appieno, adesso, per quello che sono. Lacrime di ragazzi che affidano il loro futuro, il loro destino professionale e ‘creativo’, la loro vita ad altri. Per di più, ad un dispositivo spettacolare già vecchiotto, costruito apposta per metterli l’uno contro l’altro e poi maciullarli uno dopo l’altro.

Questa penosa assenza di progetto  risulta oggi anche tremendamente obsoleta, per il semplice fatto che non è più coerente con il sistema di valori che si sta faticosamente costruendo, e che va emergendo nelle menti che si stanno pian piano snebbiando (soprattutto quelle più giovani, ma fortunatamente non solo quelle). Un sistema di cui cominciano a sentirsi i primi vagìti, e ad intravvedersi i primissimi effetti concreti.

L’essere padroni del proprio destino, il non permettere che siano gli altri a scegliere per noi (anche e soprattutto quando si tratta di scelte difficili e dolorose); l’impegno, vissuto non solo come affermazione individuale ed egoista, ma come sguardo rivolto alla realtà e al mondo: come sguardo che posiziona se stessi nella realtà e nel mondo; la serietà; la dignità; il rischio creativo, l’innovazione come valore, il gusto della scoperta;  la generosità e la condivisione. Sono tutti atteggiamenti e pensieri che
ritornano, sostituendo lentamente e coraggiosamente i loro negativi.

Un po’ come la transizione da Facebook a Twitter: altro segno dei tempi, apparentemente insignificante, in profondità molto significativo. Da un mondo di autorappresentazione ossessiva (e anche vagamente psicotica) e di relazioni inconsistenti, democratico solo in apparenza, ad uno fatto principalmente di diffusione e condivisione di informazioni e contenuti significativi, democratico nei processi effettivi che genera e nella produzione di senso.

E quello spettacolo sfavillante, con tutto ciò che ne consegue, è ciò che è sempre stato: una fantasmagorìa. Un teatrino di ombre. Buon Natale a tutti.