Esclusiva, la killer dell'ombrello risarcita dallo Stato: "Cella troppo piccola"

I documenti esclusivi

Doina Matei è in carcere dal 30 aprile 2007. La condanna per l'omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo scade il 10 novembre 2020. C'è, però, un documento firmato dal tribunale di sorveglianza di Perugia in cui vengono spiegate le ragioni per cui è stata concessa la semilibertà alla trentenne romena condannata a 16 anni di reclusione per aver ucciso con un ombrello la giovane romana durante una banale lite alla stazione della metropolitana. Quella semilibertà perduta in seguito alla recente pubblicazione di alcune fotografie sul social network Facebook. Il documento esclusivo di cui Tiscali.it è entrata in possesso racconta «un giudizio positivo sul futuro pieno reinserimento sociale della condannata».

Il provvedimento del tribunale umbro - Il presidente Roberto Ferrando «ammette la detenuta al beneficio della semilibertà per consentirle di svolgere attività lavorativa presso la cooperativa sociale Il Cerchio di Venezia». Nel provvedimento del tribunale umbro – Doina è stata reclusa per cinque anni nel carcere di Perugia, per un periodo insieme ad Amanda Knox – si «tiene conto delle confortanti risultanze dell'osservazione penitenziaria» e delle «informazioni di polizia che non evidenziano collegamenti con la criminalità organizzata». Tra gli atti allegati al fascicolo c'è un «documento positivo redatto dal Gruppo osservazione e trattamento dell'istituto penitenziario di Perugia» (giugno 2013) in cui non mancano riferimenti alla «positiva fruizione di Doina all'esperienza premiale». Prima dell'ottenimento della semilibertà, infatti, aveva usufruito di brevi permessi premio per poter incontrare la madre in Abruzzo. «La natura del lavoro» alla coop di Venezia e«l'ambiente in cui viene svolto» - è spiegato nella sentenza - «appaiono idonei al reinserimento sociale della condannata».

Risarcimento per i diritti violati - Rebibbia, Lecce, Perugia, Venezia. Sono queste le carceri che hanno ospitato Doina Matei dal 30 aprile di nove anni fa. In Puglia, però, la romena è stata costretta a vivere per 129 giorni in uno spazio angusto di «3,93 metri quadrati». In quella cella della casa circondariale di Lecce c'era un letto a castello e la Matei poteva uscire dalla stanza soltanto quattro ore e mezzo al giorno. Questi elementi, lamentati dalla romena in un ricorso inoltrato all'ufficio di sorveglianza, hanno portato il giudice peruginoPiercarlo Frabotta a ritenere «integrata la violazione dell'articolo 3 della Corte europea dei diritti dell'uomo» che affronta il problema dell'«inumana detenzione». E' scritto: «Nella vicenda Sulejmanovic la Corte di Strasburgo si è specificatamente occupata della quantità di spazio individuale di cui un detenuto deve poter fruire all'interno della camera detentiva, di modo che al di sotto di una specifica soglia di tolleranza è stata riscontrata la violazione dell'articolo 3 della Cedu» che «proibisce in termini assoluti la tortura, le pene ed i trattamenti inumani o degradanti, quali che siano i fatti commessi dalla persona interessata». Secondo il magistrato, in conclusione, dal 18 marzo al 25 luglio del 2009 Doina Matei ha sofferto la detenzione e quindi merita di essere «risarcita» con «12 giorni di riduzione della residua pena detentiva». Frabotta, seguendo le indicazioni del «criterio di ristoro» previsto dall'ordinamento penitenziario ha concesso alla romena «un giorno di riduzione pena ogni dieci di detenzione inumana e degradante».