I minori tolti alla 'Ndgrangheta: "Noi l'ultima spiaggia nel mare dell'illegalità". Intervista al giudice Roberto Di Bella

Un ragazzino di 15 anni, figlio di un affiliato della ‘Ndrangheta attualmente in carcere con l’accusa di omicidio, ha lasciato la Calabria e su ordine del tribunale per i minorenni è stato trasferito in una struttura protetta lontana dalla sua regione. Il provvedimento, eseguito dalla Divisione anticrimine della questura reggina, ha fatto decadere la responsabilità dei genitori. Proprio oggi il giovane compie 15 anni. E’ un compleanno certamente diverso dagli altri, lontano dai suoi affetti. A centinaia di chilometri dalla Calabria lo studente di liceo proverà a costruirsi una nuova vita, aiutato da psichiatri e assistenti sociali.

Da quando, nel settembre 2012, il magistrato Roberto Di Bella è stato promosso presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, sono una trentina i minorenni sottratti alle cosche e affidati a famiglie e comunità del Nord Italia. Lontani dai contesti criminali d’origine non saranno più costretti a subire lezioni di mafia dai padri-padrini che non hanno paura del carcere né delle pallottole. Il giudice Di Bella ha avviato un protocollo unico in Italia: «La ‘Ndrangheta si eredita. E’ nostro compito interrompere la trasmissione di questa cultura».

Sono decine i processi per reati di mafia a carico dei figli dei boss.

«Molti di loro sono figli e fratelli degli imputati dei maxiprocessi degli anni Novanta. Questa generazione poteva già essere salvata».

Il nuovo fronte della lotta alla ‘Ndrangheta è orientato sull’allontanamento degli adolescenti dai genitori mafiosi.

«L’intervento non è indiscriminato, scatta quando la procura viene a conoscenza di notizie sull’educazione mafiosa impartita ai più piccoli. Si tratta di provvedimenti di decadenza o di limitazione genitoriale con contestuale allontanamento dei minori dal nucleo familiare. Talvolta ci troviamo di fronte a genitori latitanti, in carcere oppure assassinati. Perciò prendiamo provvedimenti nei casi di concreto pregiudizio, mai in via preventiva soltanto perché la famiglia è mafiosa».

Droga, armi. Alcuni adolescenti si comportano già come piccoli boss.

«Interveniamo nei casi di indottrinamento malavitoso e quando i ragazzini vengono coinvolti in affari illeciti. Insomma, reati sintomatici di una progressione criminosa. In questi casi i metodi educativi pregiudicano l’integrità psicofisica e il corretto sviluppo dei minori, le cui potenzialità vengono compresse e soffocate. Quando lasciano la Calabria e vengono offerte loro nuove opportunità ci accorgiamo di cosa sono capaci davvero di fare in positivo».

Quale strategia utilizzate per difendere i figli dei capi-clan?

«Nei casi più estremi vengono portati lontano ed affidati a case famiglia composte anche di volontari. Anche attraverso la collaborazione di associazioni come Libera e Addiopizzo programmiamo per loro veri e propri percorsi di legalità. L’obiettivo è assicurare adeguate tutele ai ragazzi sfortunati delle ‘ndrine per consentirgli di sperimentare realtà culturali, sociali, psicologiche ed affettive diverse da quelle che respirano nel contesto di provenienza. Nuove opportunità, dunque, nella speranza di sottrarli ad un destino ineluttabile di morte o, nella migliore delle ipotesi, di carcerazione. Attenzione, però, noi adottiamo provvedimenti temporanei che durano fino al compimento del 18mo anno di età, poi spetta a loro decidere cosa fare da grandi. Il tribunale non adotta confische di figli o deportazioni di minori contro le famiglie, più semplicemente emette provvedimenti a tutela dei ragazzi».

Come si sviluppano i rapporti con le famiglie?

«Accettiamo contatti e alleanze dai genitori che mostrano segnali di resipiscenza. Superata una prima fase di contrapposizione, talvolta anche aspra contro i nostri decreti, molte madri dei ragazzi di cui ci occupiamo iniziano percorsi di collaborazione con la giustizia. Quando comprendono che la logica non è punitiva ma di tutela non ostacolano più quei percorsi educativi che vengono programmati nell’interesse esclusivo dei figli. A quel punto cambiano prospettiva e coltivano soltanto la speranza di sottrarli ad un destino crudele che non riescono a sfidare soltanto con le loro forze. Potrà sembrare un paradosso ma i nostri provvedimenti sollevano queste donne dalla responsabilità di scelte educative laceranti quanto divisive nei difficili contesti in cui sono inglobate».

Prima accennava della collaborazione di queste donne con gli organi inquirenti.

«E’ proprio così, la scintilla è rappresentata dall’affetto e dalla speranza di un futuro per i loro figli. In gran segreto alcune donne disperate si sono presentate in tribunale a chiedere aiuto, implorandoci di allontanare quei ragazzi dalla terra in cui sono nati. Ci hanno pregato di portarli via perché in Calabria sarebbero stati uccisi dai clan rivali».

E’ un percorso disperato quanto coraggioso.

«Per molti giovani e altrettante madri rappresentiamo l’ultima spiaggia nel mare dell’illegalità, che è fonte di morte, carcerazione, comunque di sofferenza».