Omicidio Macchi, parla l'investigatore: "I silenzi della Chiesa e i nostri errori"

di ENZO BERETTA

VARESE - «Avremmo dovuto far pubblicare quella famosa lettera dai giornali nel tentativo di risalire subito all’autore. Ci accorgemmo subito che c’erano collegamenti tra quella missiva e l’assassinio di Lidia Macchi. Semplicemente non ci venne in mente. Fu un errore…». Ventinove anni dopo il delitto di Cittiglio parla Giorgio Paolillo, ex capo della squadra mobile di Varese. Sessantotto anni d’età, di cui 31 trascorsi in polizia nell’antiterrorismo e nei reparti specializzati contro la lotta alla criminalità organizzata del triangolo Varese-Torino-Verbania, in seguito all’arresto di Stefano Binda l’investigatore di origini calabresi attualmente in pensione racconta le «pressioni politiche» sul caso, ricorda i silenzi dei ragazzi di Comunione e liberazione che si chiusero a «riccio», non dimentica i sospetti sul sacerdote Antonio Costabile costati una denuncia per sequestro di persona, riflette sulle difficoltà di un’inchiesta «senza Dna, cellulari e telecamere».

Partiamo dalla poesia ‘In morte di un’amica’, l’elemento che ha portato in carcere il 49enne Stefano Binda…

«Me la consegnò Giorgio, il padre di Lidia, gli venne recapitata il 10 gennaio 1987 dopo i funerali della figlia. Giorgio era in caserma davanti a me quando mi informarono telefonicamente del ritrovamento del cadavere della ragazza».

Quale idea si fece?

«Che potevano esserci collegamenti tra il killer e il poeta».

E lei cosa fece?

«Portai quella missiva al pm Agostino Abate e la facemmo valutare da alcuni esperti, secondo i quali era stata scritta da un giovane, maschio, un uomo di cultura e allo stesso tempo esperto di questioni religiose. Insomma, da qualcuno del gruppo di amici di Lidia, tra scout, liceo, università e Cl».

Stefano Binda nega di averla scritta ma dalla sua agenda mancano alcune pagine…

«Questo è emerso dopo, Binda per me è un emerito sconosciuto, non faceva parte delle persone ritenute vicine alla ventunenne. Durante le indagini sentimmo centinaia di persone, parlai perfino con il mio collega Achille Serra della questura di Milano per cercare collegamenti con il delitto alla Cattolica di Simona Ferro: in comune con quello di Lidia aveva solamente l’elevato numero di coltellate. Sono passati trent’anni, Binda entrò nell’elenco dei testimoni ma fornì un alibi. L’omicidio avvenne tra le vacanze di Capodanno e la Befana, era difficile verificare gli alibi perché molti erano in giro, in montagna, a casa di amici. Sicuramente i suoi amici qualcosa sapevano ma nessuno ha mai collaborato, nessuno si è voluto esporre. Non riesco ancora a spiegarmi quel clima di silenzi. Forse erano spaventati, per farsi dire qualcosa bisognava sudare le sette camicie».

L’amico di Binda, Giuseppe Sotgiu, però cambiò versione sull’alibi di Binda…

«Non ricordo ciò che disse, a malapena mi ricordo di lui».

Quali furono le vostre prime impressioni?

«Che l’omicidio fosse maturato nel gruppo di amici. Quelli di Cl sicuramente sapevano. Non ho mai creduto alla leggenda del balordo o del maniaco, non sapevamo neppure con certezza se il rapporto sessuale fosse avvenuto sotto costrizione. Credo comunque di sì».

Ci furono pressioni politiche?

«All’epoca il sindaco Maurizio Sabatini era di Cl e spingeva per allontanare le indagini da quell’ambiente. Rilasciava interviste, i giornali parlavano di messe sataniche. Insomma, incontrammo difficoltà».

Ci furono tensioni tra gli inquirenti?

«Nessun contrasto tra polizia e procura».

Finché le indagini si indirizzarono verso don Antonio Costabile (poi archiviato, ndr), uno dei primi ad arrivare nei boschi di Sass Pinì per benedire il cadavere di Lidia accoltellata 29 volte.

«Nella borsa della Macchi trovammo una lettera in cui si parlava dell’amore impossibile. Inizialmente il sacerdote ci disse che la sera del 5 gennaio era rimasto a casa a preparare la predica per la messa dell’Epifania, in procura invece spiegò di essere rimasto in canonica insieme a quattro sacerdoti. Li sentimmo dalle 16 all’indomani mattina e caddero in contraddizione, vennero dichiarati in arresto per falsa testimonianza e alla fine ammisero di essersi messi d’accordo perché credevano nell’innocenza di don Antonio».

Ci furono interrogazioni parlamentari.

«Su spinta degli alti prelati milanesi io e Abate venimmo perfino denunciati a Brescia per sequestro di persona».

Ventinove anni dopo la procura generale ha riaperto il caso.

«Il collegamento con la lettera è un importante passo avanti ma non so se basta. E’ scontato dire che oggi, con i nuovi strumenti tecnologici e scientifici, ripetere quell’indagine sarebbe molto più facile».

I reperti sono stati distrutti.

«Noi repertammo tutto. Anche il liquido seminale dell’assassino ma 29 anni fa quella quantità non era sufficiente per effettuare una comparazione. Periodicamente i fascicoli contro ignoti devono fare spazio, sono stati distrutti i vetrini ma non credo ci sia stato dolo».

Molto ora dipende da una lettera riconosciuta 29 anni dopo su un quotidiano locale.

«Col senno di poi dico che avremmo potuto farla circolare. Qualcuno avrebbe potuto riconoscerla già nel 1987».