Le bugie di Valentino «prigioniero» dell'Hiv, il dramma delle ragazze contagiate

Il dramma delle vittime di Valentino T., l’impiegato di trent’anni arrestato nel dicembre scorso per aver contagiato sei partner con il virus Hiv, è nelle carte dell’inchiesta della procura di Roma. Un’inchiesta, quella del pm Francesco Scavo, in pieno svolgimento perché le indagini successive avrebbero individuato altre 24 persone. Nei giorni scorsi il Riesame ha deciso di tenere in cella Valentino: «Se rimesso in libertà o agli arresti domiciliari riprenderebbe a contattare altre donne in chat per avere rapporti sessuali non protetti, in attuazione di quella volontà lesiva sviluppata negli ultimi nove anni e della sua particolare attitudine a non raccontare la verità». Nel faldone top-secret dell’indagine di piazzale Clodio convivono la «disperazione» delle vittime e il «quasi disinteresse per le loro condizioni di salute» da parte di un indagato definito «insensibile» e «incline alla menzogna». Le bugie e i silenzi di Valentino pesano come macigni perché la malattia è «insanabile».

I reati contestati riguardano le lesioni aggravate dal «desiderio di rapporti non protetti e più appaganti». «Avventure» con diverse partner, occasionali o stabili, maturati tra il 2006 e il 2014 «nella piena consapevolezza di essere affetto da quella grave patologia e della sua trasmissibilità mediante contatti fisici intimi». Agli atti c’è perfino un referto medico contraffatto riguardante l’esito negativo del test, un falso inviato con «malafede» via WhatsApp ad un’amica sospettosa. «Ha sfrontatamente mentito», scrive Gian Luca Soana, presidente del tribunale della Libertà. Prosegue il provvedimento: «Anziché adottare le necessarie precauzioni con le sue partner ha attivato una ricerca compulsiva di avventure sessuali senza adottare le necessarie protezioni, pretendendo in alcuni casi di non usare il preservativo. Valentino T. ha voluto intenzionalmente trasmettere il virus dell’Hiv a una molteplicità di donne assumendosi il rischio che queste sviluppassero la malattia e infettassero i loro futuri partner». E’ proprio su quell’avverbio – intenzionalmente – che la Procura approfondisce la complicata questione giuridica del dolo.

In udienza sono stati prodotti nuovi documenti con i nomi di altre persone rimaste contagiate. Valentino T., rimasto orfano in tenera età della madre morta di Aids, nel 2006 scoprì di essere sieropositivo (alla polizia ha spiegato di averlo saputo soltanto nell’ottobre 2014, ndr). Alle parole di un medico dell’ospedale Spallanzani, secondo cui è «molto difficile ricostruire la fonte comune del contagio», seguono le conclusioni del consulente del pm sull’«impronta verosimile di un ceppo virale unico, compatibile con una fonte comune di infezione». Secondo le indagini 18 mesi prima dell’arresto l’impiegato ha rifiutato una terapia per «depotenziare la carica infettiva del virus» nel tentativo di ridurre le possibilità di contagio. Durante l’interrogatorio il magistrato ha domandato a Valentino: «Sai che il virus si può trasmettere attraverso rapporti sessuali?». Risposta: «Sì, infatti ho sbagliato… purtroppo ero giovane, incosciente, non avevo una famiglia dietro, ho sbagliato». Al Day-hospital dello Spallanzani il consiglio era tassativo sull’utilizzo del condom. «Solo rapporti protetti».

Il terrore di una ragazza risultata positiva al test dell’Hiv era che ne venissero contagiate altre dall’«untore» innamorato e rimasto troppo a lungo in silenzio con un’altra partner. Una ragazza che aveva conosciuto Valentino sui social network è stata ricoverata per una grave polmonite in ospedale ma le è stata diagnosticata l’infezione da Hiv. Colpisce, in particolare, un passaggio dell’ordinanza del Riesame, in cui si parla dell’atteggiamento «benevolo» nei confronti del trentenne da parte di alcune persone offese che inizialmente non lo volevano neppure denunciare. Umiliazione, angoscia ed imbarazzo hanno fatto scattare la molla per tentare di evitare altri contagi.